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La realtà D'ombraInterpretazioni multiforme
January 18 Hang and fly OverHang and Fly Over. There's a wide line of flowers, cuts our dreams off makes them unknowable . The veil of usuality. There's a big sphere of darkness, stomps our lifes, that become straight and bored. The sword of existences. There's a warning over my head, whispering me the name of Damocle, It's a slaver of a puppet. “Be strong, be sane”. There should be a candy in your mouth, there should be a needle in your arm, there should be the dust on your face to be called free from the master, but slave of yourself. Fly over the world, see the wind and listen to the sky, and then feel the hangover burning under your skin, like the only but wrong choice to follow, if you wanna be fine. Selfperfection is a nightmare, camouflaged as lighty life. Melancholy and insanity are the ways to kill yourself staying alive. January 07 Ragnarok, Il fato degli deiL'acqua scorre sulle tempie. E' fresca, tiepida. Scivola sulle spalle e scompare dentro le gambe. Esce dai piedi, cola nello scarico. Ritorna dalla doccia, sugli occhi. Tutto è così semplice in quell'attimo di abbandono, nessun pensiero, nessun gusto, nessun colore. Non è nero, non è. Non me ne frega un cazzo dell'ottica newtoniana. Ho mal di gola. Ieri sera ho fumato troppo, un hascisc acido, tenuto nell'ammoniaca, grattava in gola. Mi è rimasto in testa per tutta la notte e adesso mi fa veramente male. A volte mi sembra che fumando si spengano delle zone del cervello, sento un formicolio strano. Sono quelle zone del cervello che inibiscono i sensi, dove si annidano i precetti morali e le consuetudini sociali. E' per quello che ci sentiamo liberi fumando. Sento mia madre urlare dalla cucina, dice che è pronto il pranzo. Apro gli occhi, è l'universo della tenda che mi intrappola. Il giallo del fondo e le perle blu disegnate cominciano a vibrare. Le distanze tra i disegni astratti cominciano a prendere forma propria , un equilibrio lontano e... mia madre spacca il silenzio con un altro richiamo. Zanna bianca. Accappatoio, capelli avvolti nell'asciugamano ed esco. La casa è in penombra. Mia madre mi sorride dalla cucina. In fondo le voglio bene. Mi siedo a tavola senza salutare, guardando il piatto di pasta. Mia madre mi racconta della predica del parroco di quella mattina. Mi disse delle bugie del panettiere, delle salsicce del macellaio, e della gonna troppo corta, i tacchi troppo alti delle quarantenni di oggi. Mia madre è strana. Rimane legata alla comunità per abitudine, ma le poche volte che si fanno discorsi di morale, è liberale. Una borghese progressista insomma. I suoi discorsi mi infastidiscono oggi, mangio alla svelta e le dico che devo studiare. Mi alzo e lei mi saluta da lontano, i miei pensieri sono già oltre. Mescalina. Deve essere rimasto qualcosa in circolo, mi sembra di essere più leggera, lisergica. Chiudo gli occhi e cerco di ripercorrere il surf che è stato sull'onda virtuale. Più vera della verità. Un sms a distruggere il buio. Frenesia e tempo a scaglie. Mi chiama per fumare, per parlare di ieri sera. Dice che vuole che accada ancora. Certamente non è successo nulla, ma oltre un certo limite le sfumature di perdono con i sogni. I sogni sono realtà e la realtà sogno, mescolati non agitati. L'oliva intrisa, in fondo al bicchiere, è quella certa sensazione di tangibile, che ci collega in presa diretta col mondo. Gli adulti dicono che bisogna mordere quell'oliva, ad un certo punto. Dicono di mettere i piedi per terra, iniziare a camminare. Credo che il barista l'abbia messa lì per farci bere il drink fino in fondo, come tutto il resto. Jeans, maglietta, scarpe comode, felpa e cappotto. Vado in bagno e mi pettino, lego i capelli in una coda sottile. Sono ancora umidi. Come da pronostico, uscendo, mia madre mi dice che potrei essere più femminile. Con questi capelli prenderò un malanno. Scendo le scale con l'autopilota. In automatico salgo sul motorino. Metto il casco. Accendo, stringo le gambe e do gas. La strada scorre rettilinea sotto le ruote, nonostante le curve. Sento il vento passare nella felpa, sullo stomaco. Un brivido sulla schiena. In cinque minuti sono sotto casa sua. Penso che mi stia aspettando appoggiato alla sua macchina usata nuova, con i pantaloni di ieri, la maglia di ieri. Una nuova sigaretta. Tutto è così straordinariamente prevedibile, per questo cerco di non avere aspettative nella mia vita, nessuna previsione, scommessa su quello che riguarda le mie scelte. Non soffro e la me stessa di domani mi stupisce sempre di più. Passo la mia vita a ritrattare, è vero, ogni teoria fa emergere dei problemi. Falsificazionismo e priorità. Dalla postura classica, mi fa un cenno con la testa e mi sorride. In bocca ha una canna da accendere. Fermo il motorino, metto il cavalletto e tolgo il casco. Ha un bel sorriso, le spalle larghe, gli occhi simili ai miei. Lo saluto e lo abbraccio. Lui ride, evidentemente non si aspettava questa reazione. Mi piace. Ricambia l'abbraccio ma con freddezza. Mi mette il filtro in bocca è accende. Tiro un paio di boccate guardandolo in silenzio. Soffio il fumo sull'estremità accesa. Brucia più intensamente quando le ricordi se stessa. L'erba. Ho male alla gola e la testa pesante, non ho voglia di fumare. La ripasso a lui che continua a scrutarmi in silenzio. Ma non guarda me. Guarda il suo mondo riflesso nei miei capelli, nei miei vestiti, nei miei occhi appannati. Fa un tiro molto lungo, socchiudendo gli occhi. Espira il fumo in una nube densa. Celato dalla coltre, comincia a parlarmi. Mi chiama piccola, ricorda la sera di ieri. La ricorda esattamente come me, tanto fumo, sogni messicani e poi nulla. Mi sbagliavo. Mi chiama piccola e mi chiede perché. Perché ho ancora voglia di camminare, dopo che ho guardato il mondo dall'alto, scoprendone l'errore, il difetto la tragicità. Ho paura di pensare a dove voglia andare a parare. Lo afferro per la maglia e gli sputo in faccia il conglomerato di falsità sulla vita che insegnano , in cui si crede. Mi accarezza i capelli, e mi ricorda che ieri sera abbiamo fatto crollare tutti i castelli degli uomini, in cui ci siamo rifugiati, dimenticando il resto. Abbiamo rotto i cancelli di cui non ricordavamo l'esistenza, e abbiamo guardato fuori. Il nulla. Come quando chiudi gli occhi. E' vicino a me, sento il suo petto sul mio. Tira dal filtro e avvicina le labbra alle mie. Soffia la sua anima tra i denti, inondandomi i polmoni di ebbrezza. La testa comincia a girarmi. Chiudo gli occhi, assaporando il fumo fresco uscire dalle narici. Mi bacia chiudendo la bocca lentamente. Mi accarezza la guancia, dischiudo le palpebre. Mi chiede se mi sono emozionata. Rispondo con un flebile si e lo abbraccio. Mi sento bene, forse voleva solo dirmi che non sarebbe stato capace di vivere senza la mia emozione. Banale, come da copione. Mi allontana da lui, tenendomi per le braccia. Il cielo è grigio, è Novembre, l'aria profuma di neve. Mi chiama piccola, mi dice che non si è emozionato. Trova tutto scontato, brucia le emozioni come il fumo che ha in tasca, l'accendino è la spiegazione di quell'emozione, l'errore alle sue spalle, il dolore che nasconde. Non ha più voglia di viaggiare su aleatorie onde lisergiche. Si vive comunque dentro i cancelli, se si vuole vivere. Ha vomitato l'oliva. Gli urlo in faccia che le emozioni sono sempre emozioni, che l'errore non le uccide, rimangono sanguinanti in noi per sempre. Sto piangendo, per la prima volta dopo anni. Gli indico le lacrime, gli dico che questa è la vita. Ma lui mi guarda fermo, impassibile, nei suoi occhi c'è tristezza e pietà. Mi bacia le lacrime, tenendomi la testa con la mano calda. Spera di essere ancora capace, capace di piangere. Crede che io sia fortunata. Mi accarezza e andandosene mi saluta, butta il filtro nell'aiuola. Ci vedremo domani a scuola. Guardo il cielo con le cornee arrossate, il volto rigato di mascara. Sola. Comincia a piovere. Devo correre a casa. La mamma starà preparando una torta, Mi rimprovererà di essere uscita in moto “con questo tempo”. Mi chiuderò in camera senza parlarle. E' una brava madre e io una pessima figlia. Mi chiedo dove trovi la forza. Riaccendo la moto. Il sellino e bagnato e l'acqua comincia ad infiltrarsi tra i jeans, si appiccicano alle cosce. Cerco di correre a casa, ho bisogno di musica, di fuga, di rimettere in ordine il mondo. Rimetto sempre i pezzi della scacchiera nel loro ordine. La domenica pomeriggio serve a resettare i concetti, ad innalzare impalcature cervellotiche. A tenermi in vita. Dare una spiegazione. La visiera e ricoperta da gocce di pioggia. Il mondo frazionato in mille riflessi. Stessa matrice, diverse visioni. Ripenso alla canna, alla macchina, alla porta che si chiude alle sue spalle. Sono sola. Il mio mondo è solo una goccia, e nessuno potrà mai entrarvi. Non c'è modo di guardare in due mondi allo stesso tempo. Due gocce si fondono in una per il vento. Due persone non si possono fondere. Non possono. Il casco ovatta il mondo. Vista e udito surrogati di sensi. Mi proietto verso casa, con la forza della memoria e dell'abitudine. Non vedo la strada. Scendo dal motorino e mi accorgo solo di quanto il mio quartiere sia pacifico. Silenzio e monotonia di colore. Nell'aria si sente l'odore del vento, del freddo delle montagne. Mi accorgo di essere strana, turbata. Rientro velocemente. Corro su per le scale come per fuggire da un mostro alle mie spalle. Una situazione che capita spesso. Infilo velocemente le chiavi nella serratura. Giro ma nessun rumore di meccanismi. Giro ancora e la porta si apre. Strano. Urlo “mamma”.Per avvisarla del mio arrivo. Come se potesse servire Come se mai fosse con uomo. La casa non c'è più, solo una stanza. Una stanza con le pareti bianche. Stesso bianco per soffitto e pavimento. Un luce si irradia da ovunque. No ci sono i mobili, le finestre. Mi giro per vedere se la porta è ancora in piedi. Se n'è delineano i contorni, ma è bianca. Non si vede nulla. Ancora fanculo all'ottica newtoniana. Non ci sono suoni, odori. Sento il mio peso sul pavimento. Chiudo gli occhi per escludere strascichi chimici. Penso “cazzo”. Non cambia nulla. Non ho modo di vedere i colori più vividi. I rumori intensi come timpani lacerati. Tutto sempre uguale e la porta non si apre. Ho paura. Una disarmonia al centro. La noto con la coda dell'occhio. E' un buco, o una piccola macchia. Uno squarcio fendente in quella monotonia frustrante. Solo pensandolo mi avvicino. Mi tranquillizzo. Penso che sia un sogno, come tutto quello successo dopo ieri sera. E' una goccia. Marrone. Avvicino la mano lentamente, allungo un dito. La tocco. Il liquido è denso, appiccicoso, decido di avvicinarlo al naso. Tutto intorno il silenzio ed il tutto è schiacciante. Il solenne peso del nulla mi rimette angoscia. Odora di sangue, è un sogno. Nel momento stesso in cui decido che quello sia sangue compare una lettera sul pavimento. C'è sempre stata? È uscita fuori dal nulla o me ne sono accorta solo ora? Non c'è differenza. E' scritta a penna su carta lievemente invecchiata. Odora di buono: “Queste non sono parole, non sono scritte. Sono emozioni che fluiscono lievemente dal foglio, attraverso il suono del linguaggio, nel tuo mondo. Come coltelli di vetro ti lacerano l'anima, buio metallo, e ti lasciano inerme al suolo. Resta in ginocchio, lascia che muoia, per adesso, solo l'anima, preserva le sensazioni per dopo. Ora l'emozione e la tua anima esistono. Ho cancellato già tutto io intorno. Solo la vita c'è, il resto rimontalo, hai passato una vita a simulare il palcoscenico. Sarai capace a farlo ancora, e ancora, per tutta l'esistenza semi cosciente.
Mi sono uccisa. Troverai il mio corpo all'ospedale, ti ho alleggerito del peso di pulire i resti e chiamare la polizia. Ho fatto io, prima del sovra dosaggio di epinefrina. Sai le mie allergie. Perché? Perché non soffrivo e non amavo più, il gelo era partito dalla psiche, come scudo, ma le falle del mio ego l'hanno fatto scivolare giù, contagiando ed infettando me. Tutta, morbo velenoso e le sue spore. Ero come un feto in utero, senza liquido amniotico, con rumori assordanti e senza cibo. La dolce madre invece di cullarmi, mi teneva sveglia, piangendo sommessamente, impercettibile. Tu centri, è anche colpa tua, come è colpa di tutto il mondo che mi circondava. Non prendertela quindi. Ti ho lasciato una sigaretta sul tavolo per rilassarti una volta finita, e dei fazzoletti per asciugarti le lacrime, se mai piangerai. Ti ho amato e poi non più. Tua Madre.”
Tutto è nulla, gli occhi si rifiutano di piangere. Le lacrime sono incerte. La dolore sfonda i margini della parola e colora le pareti. Velluto verde, cangiante come il velluto deve essere. Mi soffermo in inutili pensieri di carattere estetico. Il tempo mi scorre addosso in caduta libera, ma non lo percepisco. Sento solo il lento frusciare sulla pelle, lo stillicidio dei secondi. Ho sonno ed il velluto si scurisce, lentamente.
Una mano mi sveglia. Il marmo è duro, freddo e refrattario. Ho pianto nel sonno, sento l'umido delle lacrime al bordo dell'occhio, sulla tempia. Devo smettere di farmi. Mi volto ed è mio padre. Mi ero dimenticata di lui. Mi guarda con gli occhi lucidi. E' bello, lo saluto e lo abbraccio affettuosa. Almeno credo che lui mi veda così. Mi stringe forte, mi sussurra all'orecchi che andremo avanti insieme, mi dice che mi ama. Il sangue mi si cristallizza negli occhi, il cuore grida di dolore soffocando l'urlo di voce. Ha la pelle liscia e le mani calde, mi sfiora il viso. Mi ama.
Saremo soli, per sempre. Il cuore rallenta e muore, riesco a piangere con lui. Soli. Le lacrime si fondono dove i nostri colli si accarezzano. I mondi comunicano, in quest'empatia, che gli uomini cantano come Amore, ma che rifuggono come Morte. Siamo gli assassini di Dio, gli idraulici del rubinetto che imperterrito, continua a perdere, goccia dopo goccia, mondi di suono, privi di emozioni.
December 17 Sfere di sogniBolla morta nel soffio creatore, torturata dal vento, dall'iridescenza distorta, Deformato il mondo coltello, scortesia di pioggia ad eccessi. L'ascensionale delude, mediocre e in affanno. Raschi il fondo o tocchi il cielo. Scoppi comunque per eccesso di zelo. Nella paura di vederti volare, sopra al palcoscenico delle fredde giornate. Delle speranze tarpate. Dimentichi l'aria, l'essenza e 'l pensiero, e fuggi dal mondo, iniettandoti ero. Bolla vola nel giorno spietato, disprezza te stessa, e dormi nel caos. October 26 TomoeNon avere paura dell'odio. Buio bevi con me, questa notte di rivelazioni.
Non puoi veramente amare. Non puoi conoscere l'opposto, se nel profondo non repelli te stesso. tumore.
Non servono gli immuno soppressori questa volta, sei imperfetto non puoi amarti.
Cerchi nell'altro il vuoto in te, ma non si colma. La masturbazione è il surrogato della ricerca.
Devi preferire la notte al giorno. Le stelle cercano la loro uscita spingendosi all'equilibrio.
Dalla luce sgorgano le ombre, annidate, vermi, nella perfezione estetica.
Così, passi zoppi e illusori, l'odio riflesso, il buio nascosto, sommandosi fa luce imperfetta.
Ma l'orbo è re nella terra dei ciechi.
Non puoi amare l'odio, ne odiare l'amore, non devi temerli, perchè sono necessari.
Odi ipse me. October 22 DeodorantiFolgorati dai colori acciecanti del Dio maldestro,
vedevano i corpi al kilo dentro i letti umidi, senza spirito.
Li vedevano dormire, gli occhi bagnati di lacrime e i capelli liquidi espansi all'universo di notte.
Le stelle bussavano alle loro finestre,
sogghignando incredule dell'estraneità di quella stanza.
Alice Lisergica nel mondo della malinconia.
Gli odori erano scomparsi dal loro mondo,
seguiti dai suoni ciechi. Solo le parole degli amanti.
La folgorante eco dei corni da guerra, alla nascita e alla morte della tragedia.
Il bianconiglio nascosto tra le ombre dell'abbraccio, strusciava il muso umido, per trascinare le emozioni dall'altro lato del riflesso.
Ed ancora a rituffarsi nel futuro,
invadente come il cielo, eccitante come la terra.
Strappano il passato, ed inceneriscono il presente
perchè la morte è necessaria.
Si illudono e muoiono ogni attimo, ad ogni passo di valzer,
la danza macabra delle marionette.
Svegliati al mattino, rinfrancati dal reset mentale, dall'oblio del nuovo giorno.
Non si alzerebbero altrimenti.
Morfeo, killer professionista.
Trapassano ogni sera, dimenticano all'alba.
E ricominciano a marcire.
Il deodorante della vita non è mai abbastanza efficacie, per arrivare fino a sera.
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