bebo's profileLa realtà D'ombraPhotosBlogLists Tools Help

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    January 18

    Hang and fly Over

     

    Hang and Fly Over.

    There's a wide line of flowers,

    cuts our dreams off

    makes them unknowable .

    The veil of usuality.


    There's a big sphere of darkness,

    stomps our lifes,

    that become straight and bored.

    The sword of existences.


    There's a warning over my head,

    whispering me the name of Damocle,

    It's a slaver of a puppet.

    “Be strong, be sane”.


    There should be a candy in your mouth,

    there should be a needle in your arm,

    there should be the dust on your face

    to be called free from the master,

    but slave of yourself.


    Fly over the world,

    see the wind and listen to the sky,

    and then feel the hangover

    burning under your skin,

    like the only but wrong choice

    to follow, if you wanna be fine.


    Selfperfection is a nightmare,

    camouflaged as lighty life.


    Melancholy and insanity

    are the ways

    to kill yourself

    staying alive.

    January 07

    Ragnarok, Il fato degli dei


    L'acqua scorre sulle tempie. E' fresca, tiepida. Scivola sulle spalle e scompare dentro le gambe. Esce dai piedi, cola nello scarico. Ritorna dalla doccia, sugli occhi. Tutto è così semplice in quell'attimo di abbandono, nessun pensiero, nessun gusto, nessun colore. Non è nero, non è. Non me ne frega un cazzo dell'ottica newtoniana. Ho mal di gola. Ieri sera ho fumato troppo, un hascisc acido, tenuto nell'ammoniaca, grattava in gola. Mi è rimasto in testa per tutta la notte e adesso mi fa veramente male. A volte mi sembra che fumando si spengano delle zone del cervello, sento un formicolio strano. Sono quelle zone del cervello che inibiscono i sensi, dove si annidano i precetti morali e le consuetudini sociali. E' per quello che ci sentiamo liberi fumando.
    Sento mia madre urlare dalla cucina, dice che è pronto il pranzo. Apro gli occhi, è l'universo della tenda che mi intrappola. Il giallo del fondo e le perle blu disegnate cominciano a vibrare. Le distanze tra i disegni astratti cominciano a prendere forma propria , un equilibrio lontano e... mia madre spacca il silenzio con un altro richiamo. Zanna bianca.
    Accappatoio, capelli avvolti nell'asciugamano ed esco. La casa è in penombra. Mia madre mi sorride dalla cucina. In fondo le voglio bene.
    Mi siedo a tavola senza salutare, guardando il piatto di pasta. Mia madre mi racconta della predica del parroco di quella mattina. Mi disse delle bugie del panettiere, delle salsicce del macellaio, e della gonna troppo corta, i tacchi troppo alti delle quarantenni di oggi.
    Mia madre è strana. Rimane legata alla comunità per abitudine, ma le poche volte che si fanno discorsi di morale, è liberale. Una borghese progressista insomma.
    I suoi discorsi mi infastidiscono oggi, mangio alla svelta e le dico che devo studiare.
    Mi alzo e lei mi saluta da lontano, i miei pensieri sono già oltre. Mescalina.
    Deve essere rimasto qualcosa in circolo, mi sembra di essere più leggera, lisergica. Chiudo gli occhi e cerco di ripercorrere il surf che è stato sull'onda virtuale. Più vera della verità.
    Un sms a distruggere il buio. Frenesia e tempo a scaglie. Mi chiama per fumare, per parlare di ieri sera. Dice che vuole che accada ancora. Certamente non è successo nulla, ma oltre un certo limite le sfumature di perdono con i sogni. I sogni sono realtà e la realtà sogno, mescolati non agitati.
    L'oliva intrisa, in fondo al bicchiere, è quella certa sensazione di tangibile, che ci collega in presa diretta col mondo.
    Gli adulti dicono che bisogna mordere quell'oliva, ad un certo punto. Dicono di mettere i piedi per terra, iniziare a camminare. Credo che il barista l'abbia messa lì per farci bere il drink fino in fondo, come tutto il resto.
    Jeans, maglietta, scarpe comode, felpa e cappotto. Vado in bagno e mi pettino, lego i capelli in una coda sottile. Sono ancora umidi. Come da pronostico, uscendo, mia madre mi dice che potrei essere più femminile. Con questi capelli prenderò un malanno.
    Scendo le scale con l'autopilota. In automatico salgo sul motorino. Metto il casco. Accendo, stringo le gambe e do gas. La strada scorre rettilinea sotto le ruote, nonostante le curve. Sento il vento passare nella felpa, sullo stomaco. Un brivido sulla schiena.
    In cinque minuti sono sotto casa sua. Penso che mi stia aspettando appoggiato alla sua macchina usata nuova, con i pantaloni di ieri, la maglia di ieri. Una nuova sigaretta. Tutto è così straordinariamente prevedibile, per questo cerco di non avere aspettative nella mia vita, nessuna previsione, scommessa su quello che riguarda le mie scelte. Non soffro e la me stessa di domani mi stupisce sempre di più. Passo la mia vita a ritrattare, è vero, ogni teoria fa emergere dei problemi. Falsificazionismo e priorità.
    Dalla postura classica, mi fa un cenno con la testa e mi sorride. In bocca ha una canna da accendere. Fermo il motorino, metto il cavalletto e tolgo il casco. Ha un bel sorriso, le spalle larghe, gli occhi simili ai miei. Lo saluto e lo abbraccio. Lui ride, evidentemente non si aspettava questa reazione. Mi piace. Ricambia l'abbraccio ma con freddezza. Mi mette il filtro in bocca è accende. Tiro un paio di boccate guardandolo in silenzio. Soffio il fumo sull'estremità accesa. Brucia più intensamente quando le ricordi se stessa. L'erba. Ho male alla gola e la testa pesante, non ho voglia di fumare. La ripasso a lui che continua a scrutarmi in silenzio. Ma non guarda me. Guarda il suo mondo riflesso nei miei capelli, nei miei vestiti, nei miei occhi appannati. Fa un tiro molto lungo, socchiudendo gli occhi. Espira il fumo in una nube densa. Celato dalla coltre, comincia a parlarmi. Mi chiama piccola, ricorda la sera di ieri. La ricorda esattamente come me, tanto fumo, sogni messicani e poi nulla. Mi sbagliavo. Mi chiama piccola e mi chiede perché. Perché ho ancora voglia di camminare, dopo che ho guardato il mondo dall'alto, scoprendone l'errore, il difetto la tragicità. Ho paura di pensare a dove voglia andare a parare. Lo afferro per la maglia e gli sputo in faccia il conglomerato di falsità sulla vita che insegnano , in cui si crede. Mi accarezza i capelli, e mi ricorda che ieri sera abbiamo fatto crollare tutti i castelli degli uomini, in cui ci siamo rifugiati, dimenticando il resto. Abbiamo rotto i cancelli di cui non ricordavamo l'esistenza, e abbiamo guardato fuori. Il nulla. Come quando chiudi gli occhi. E' vicino a me, sento il suo petto sul mio. Tira dal filtro e avvicina le labbra alle mie. Soffia la sua anima tra i denti, inondandomi i polmoni di ebbrezza. La testa comincia a girarmi. Chiudo gli occhi, assaporando il fumo fresco uscire dalle narici. Mi bacia chiudendo la bocca lentamente. Mi accarezza la guancia, dischiudo le palpebre. Mi chiede se mi sono emozionata. Rispondo con un flebile si e lo abbraccio. Mi sento bene, forse voleva solo dirmi che non sarebbe stato capace di vivere senza la mia emozione. Banale, come da copione. Mi allontana da lui, tenendomi per le braccia. Il cielo è grigio, è Novembre, l'aria profuma di neve. Mi chiama piccola, mi dice che non si è emozionato. Trova tutto scontato, brucia le emozioni come il fumo che ha in tasca, l'accendino è la spiegazione di quell'emozione, l'errore alle sue spalle, il dolore che nasconde. Non ha più voglia di viaggiare su aleatorie onde lisergiche. Si vive comunque dentro i cancelli, se si vuole vivere. Ha vomitato l'oliva. Gli urlo in faccia che le emozioni sono sempre emozioni, che l'errore non le uccide, rimangono sanguinanti in noi per sempre. Sto piangendo, per la prima volta dopo anni. Gli indico le lacrime, gli dico che questa è la vita. Ma lui mi guarda fermo, impassibile, nei suoi occhi c'è tristezza e pietà. Mi bacia le lacrime, tenendomi la testa con la mano calda. Spera di essere ancora capace, capace di piangere. Crede che io sia fortunata. Mi accarezza e andandosene mi saluta, butta il filtro nell'aiuola. Ci vedremo domani a scuola.
    Guardo il cielo con le cornee arrossate, il volto rigato di mascara. Sola. Comincia a piovere. Devo correre a casa. La mamma starà preparando una torta, Mi rimprovererà di essere uscita in moto “con questo tempo”. Mi chiuderò in camera senza parlarle. E' una brava madre e io una pessima figlia. Mi chiedo dove trovi la forza.
    Riaccendo la moto. Il sellino e bagnato e l'acqua comincia ad infiltrarsi tra i jeans, si appiccicano alle cosce. Cerco di correre a casa, ho bisogno di musica, di fuga, di rimettere in ordine il mondo. Rimetto sempre i pezzi della scacchiera nel loro ordine. La domenica pomeriggio serve a resettare i concetti, ad innalzare impalcature cervellotiche. A tenermi in vita. Dare una spiegazione.
    La visiera e ricoperta da gocce di pioggia. Il mondo frazionato in mille riflessi. Stessa matrice, diverse visioni. Ripenso alla canna, alla macchina, alla porta che si chiude alle sue spalle. Sono sola. Il mio mondo è solo una goccia, e nessuno potrà mai entrarvi. Non c'è modo di guardare in due mondi allo stesso tempo. Due gocce si fondono in una per il vento. Due persone non si possono fondere. Non possono. 
    Il casco ovatta il mondo. Vista e udito surrogati di sensi. Mi proietto verso casa, con la forza della memoria e dell'abitudine. Non vedo la strada.
    Scendo dal motorino e mi accorgo solo di quanto il mio quartiere sia pacifico. Silenzio e monotonia di colore. Nell'aria si sente l'odore del vento, del freddo delle montagne. Mi accorgo di essere strana, turbata. Rientro velocemente. Corro su per le scale come per fuggire da un mostro alle mie spalle. Una situazione che capita spesso.
    Infilo velocemente le chiavi nella serratura. Giro ma nessun rumore di meccanismi. Giro ancora e la porta si apre. Strano. Urlo “mamma”.Per avvisarla del mio arrivo. Come se potesse servire Come se mai fosse con uomo.
    La casa non c'è più, solo una stanza. Una stanza con le pareti bianche. Stesso bianco per soffitto e pavimento. Un luce si irradia da ovunque. No ci sono i mobili, le finestre. Mi giro per vedere se la porta è ancora in piedi. Se n'è delineano i contorni, ma è bianca. Non si vede nulla. Ancora fanculo all'ottica newtoniana. Non ci sono suoni, odori. Sento il mio peso sul pavimento.
    Chiudo gli occhi per escludere strascichi chimici. Penso “cazzo”. Non cambia nulla. Non ho modo di vedere i colori più vividi. I rumori intensi come timpani lacerati. Tutto sempre uguale e la porta non si apre. Ho paura. Una disarmonia al centro. La noto con la coda dell'occhio. E' un buco, o una piccola macchia. Uno squarcio fendente in quella monotonia frustrante. Solo pensandolo mi avvicino. Mi tranquillizzo. Penso che sia un sogno, come tutto quello successo dopo ieri sera.
    E' una goccia. Marrone. Avvicino la mano lentamente, allungo un dito. La tocco. Il liquido è denso, appiccicoso, decido di avvicinarlo al naso. Tutto intorno il silenzio ed il tutto è schiacciante. Il solenne peso del nulla mi rimette angoscia. Odora di sangue, è un sogno.
    Nel momento stesso in cui decido che quello sia sangue compare una lettera sul pavimento. C'è sempre stata? È uscita fuori dal nulla o me ne sono accorta solo ora? Non c'è differenza.
    E' scritta a penna su carta lievemente invecchiata. Odora di buono:
     
    Queste non sono parole, non sono scritte. Sono emozioni che fluiscono lievemente dal foglio, attraverso il suono del linguaggio, nel tuo mondo. Come coltelli di vetro ti lacerano l'anima, buio metallo, e ti lasciano inerme al suolo. Resta in ginocchio, lascia che muoia, per adesso, solo l'anima, preserva le sensazioni per dopo. Ora l'emozione e la tua anima esistono. Ho cancellato già tutto io intorno. Solo la vita c'è, il resto rimontalo, hai passato una vita a simulare il palcoscenico. Sarai capace a farlo ancora, e ancora, per tutta l'esistenza semi cosciente.
    Mi sono uccisa. Troverai il mio corpo all'ospedale, ti ho alleggerito del peso di pulire i resti e chiamare la polizia. Ho fatto io, prima del sovra dosaggio di epinefrina. Sai le mie allergie.
    Perché? Perché non soffrivo e non amavo più, il gelo era partito dalla psiche, come scudo, ma le falle del mio ego l'hanno fatto scivolare giù, contagiando ed infettando me. Tutta, morbo velenoso e le sue spore. Ero come un feto in utero, senza liquido amniotico, con rumori assordanti e senza cibo. La dolce madre invece di cullarmi, mi teneva sveglia, piangendo sommessamente, impercettibile. Tu centri, è anche colpa tua, come è colpa di tutto il mondo che mi circondava. Non prendertela quindi. Ti ho lasciato una sigaretta sul tavolo per rilassarti una volta finita, e dei fazzoletti per asciugarti le lacrime, se mai piangerai. Ti ho amato e poi non più.
    Tua Madre.”
     
    Tutto è nulla, gli occhi si rifiutano di piangere. Le lacrime sono incerte. La dolore sfonda i margini della parola e colora le pareti. Velluto verde, cangiante come il velluto deve essere. Mi soffermo in inutili pensieri di carattere estetico. Il tempo mi scorre addosso in caduta libera, ma non lo percepisco. Sento solo il lento frusciare sulla pelle, lo stillicidio dei secondi. Ho sonno ed il velluto si scurisce, lentamente.
    Una mano mi sveglia. Il marmo è duro, freddo e refrattario. Ho pianto nel sonno, sento l'umido delle lacrime al bordo dell'occhio, sulla tempia. Devo smettere di farmi. Mi volto ed è mio padre. Mi ero dimenticata di lui. Mi guarda con gli occhi lucidi. E' bello, lo saluto e lo abbraccio affettuosa. Almeno credo che lui mi veda così. Mi stringe forte, mi sussurra all'orecchi che andremo avanti insieme, mi dice che mi ama. Il sangue mi si cristallizza negli occhi, il cuore grida di dolore soffocando l'urlo di voce. Ha la pelle liscia e le mani calde, mi sfiora il viso. Mi ama.
    Saremo soli, per sempre. Il cuore rallenta e muore, riesco a piangere con lui. Soli. Le lacrime si fondono dove i nostri colli si accarezzano. I mondi comunicano, in quest'empatia, che gli uomini cantano come Amore, ma che rifuggono come Morte.
    Siamo gli assassini di Dio, gli idraulici del rubinetto che imperterrito, continua a perdere, goccia dopo goccia, mondi di suono, privi di emozioni.
     
    December 17

    Sfere di sogni

     

    Bolla morta nel soffio creatore,

    torturata dal vento,

    dall'iridescenza distorta,


    Deformato il mondo coltello,

    scortesia di pioggia ad eccessi.

    L'ascensionale delude,

    mediocre e in affanno.


    Raschi il fondo o tocchi il cielo.

    Scoppi comunque

    per eccesso di zelo.


    Nella paura di vederti volare,

    sopra al palcoscenico

    delle fredde giornate.


    Delle speranze tarpate.


    Dimentichi l'aria,

    l'essenza e 'l pensiero,

    e fuggi dal mondo,

    iniettandoti ero.


    Bolla vola nel giorno spietato,

    disprezza te stessa,

    e dormi nel caos.



    October 26

    Tomoe

    Non avere paura dell'odio. Buio bevi con me, questa notte di rivelazioni.
    Non puoi veramente amare. Non puoi conoscere l'opposto, se nel profondo non repelli te stesso. tumore.
    Non servono gli immuno soppressori questa volta, sei imperfetto non puoi amarti.
    Cerchi nell'altro il vuoto in te, ma non si colma. La masturbazione è il surrogato della ricerca.
    Devi preferire la notte al giorno. Le stelle cercano la loro uscita spingendosi all'equilibrio.
    Dalla luce sgorgano le ombre, annidate, vermi, nella perfezione estetica.
    Così, passi zoppi e illusori, l'odio riflesso, il buio nascosto, sommandosi fa luce imperfetta.
    Ma l'orbo è re nella terra dei ciechi.
    Non puoi amare l'odio, ne odiare l'amore, non devi temerli, perchè sono necessari.
    Odi ipse me.
    October 22

    Deodoranti

    Folgorati dai colori acciecanti del Dio maldestro,
    vedevano i corpi al kilo dentro i letti umidi, senza spirito.
    Li vedevano dormire, gli occhi bagnati di lacrime e i capelli liquidi espansi all'universo di notte.
    Le stelle bussavano alle loro finestre,
    sogghignando incredule dell'estraneità di quella stanza.
    Alice Lisergica nel mondo della malinconia.
    Gli odori erano scomparsi dal loro mondo,
    seguiti dai suoni ciechi. Solo le parole degli amanti.
    La folgorante eco dei corni da guerra, alla nascita e alla morte della tragedia.
    Il bianconiglio nascosto tra le ombre dell'abbraccio, strusciava il muso umido, per trascinare le emozioni dall'altro lato del riflesso.
    Ed ancora a rituffarsi nel futuro,
    invadente come il cielo, eccitante come la terra.
    Strappano il passato, ed inceneriscono il presente
    perchè la morte è necessaria.
    Si illudono e muoiono ogni attimo, ad ogni passo di valzer,
    la danza macabra delle marionette.
    Svegliati al mattino, rinfrancati dal reset mentale, dall'oblio del nuovo giorno.
    Non si alzerebbero altrimenti.
    Morfeo, killer professionista.
    Trapassano ogni sera, dimenticano all'alba.
    E ricominciano a marcire.
    Il deodorante della vita non è mai abbastanza efficacie, per arrivare fino a sera.
     
     
    October 20

    Acid Life

     

    La Basilica superiore di Assisi era uno di quei luoghi che mi avevano detto di visitare. Assolutamente. Durante la funzione, la voce del sacerdote mi giungeva forte e tonante, quasi ampliata dalle mille bocche affrescate ai lati della navata. Giotto sarà stato un grande pittore, ma avrei preferito la prospettiva ai cerchi perfetti tracciati a mano libera. Le persone ascoltavano, recitavano e pregavano solennemente, intontiti dalla semplice maestosità del luogo. Maggioranza di turisti cattolici non praticanti, convertiti per l'occasione. Tutti in coda per la salvezza, per riunirsi in comunione con Cristo, l'unto dal Signore. L'eucarestia mi ricorda sempre la coda nei supermercati, tutti in fila ad aspettare qualcosa che si ritiene indispensabile. Ostia o yogurt alle fibre; la situazione non cambia. Il Vaticano dovrebbe rivolgersi alla Danone per incentivare i credenti. Credo che i soldi e il marketing abbraccino ogni realtà dell'uomo moderno. Scorporando i desideri in monete, si ottiene un risultato di alienazione tra il fine e i mezzi per conseguirlo. Per questo si paga solo l'otto per mille per la salvezza eterna e 300 euro per un cellulare. In ogni caso l'economia, per me solamente sociopsicologia, favorisce il meccanismo portando all'equilibrio: cellulari sempre allo stesso prezzo, più di uno a testa non serve, e il corpo di Cristo in deflazione spaventosa. “Te lo tirano dietro” e vola anche bene il piccolo freesby di pane azzimo.

    Conclusa la funzione, la navata si svuotò in un vociare brulicante di ammirazione e commenti. Alla velocità di una vecchietta zoppa, l'effetto doppler non esiste, ne sono completamente certo. Rimasi alcuni minuti a passeggiare tra gli sguardi biechi di decine di Santi e cherubini. Lunghe tuniche color pastello. Pensai che sembrava l'effige di una festa della Beverly Hills di fine anni 50. Cocktails e ombrellini esclusi. Senza che mi accorgessi di nulla il sacerdote e il suo diacono mi si avvicinarono, sommessamente mi salutarono, per non spezzare la teatralità della Basilica. Ricambiai il saluto con un sorriso white power a sedici denti. Contati per ore di fronte allo specchio, da adolescente. Mi chiesero da dove venissi, ammirarono con me gli affreschi e mi rinfrescarono la storia di Assisi. Stesse identiche parole della guida economica che avevo lasciato in macchina. Continuai a conversare placidamente, senza sarcasmi e ironie, senza battute o eccessi di zelo. Aspettavo che attaccassero. Il prete, un uomo sulla sessantina eroso dal troppo bere, un vecchio talare sgualcito sovrastato da una grande testa rotonda brillante di calvizie, mi chiese ingenuamente come mai non avessi fatto la comunione. Risposta preconfezionata da anni di scuola privata. Non avevo avuto tempo di confessarmi per rendere il mio spirito pronto alla forza di Gesù Cristo nostro Signore. Retorica surgelata, pronta in cinque minuti. Mi squadrò per alcuni attimi, si passò le mani umide sul petto e stringendomi la mano prese congedo per l'eccessiva stanchezza. Lo salutai ed uscii. Un'emozione esiste solo nel presente, uscendo dal portico mi lasciavo alle spalle un ricordo. Negli anni lo avrei imbrattato con giudizi nuovi anno per anno, cambiandolo e nascondendolo. L'emozione sarebbe sfumata via nel vento di quella stessa mattina.

    Avrei pensato questo se fossi stato un emotivo, ma non era così. Salii in macchina, mi accesi la pipa e partii per l'aeroporto, avevo bisogno di droghe per sentirmi più vicino a me stesso, più libero forse.

    In Italia non si trovava altro che fumo scadente e cocaina di talco.

    Presi il primo volo per Amsterdam, chiamai un mio ex compagno del liceo che si era trasferito in Olanda e gli chiesi un letto dove dormire per alcuni giorni. Due ore e 20 di volo. Una bottiglietta di whisky. Taxi verso il centro quaranta euro.

    Il finestrino proiettava un filmato dell'Olanda, sequenza epilettica di palazzi, mulini caseggiati e infine canali e viali alberati. Un banale finale davanti ad un bel condominio in centro. Per quanto si possa chiamare condominio una casa di Amsterdam con scale verticali ed una carrucola sul tetto. In ogni caso ci abitava più di una famiglia. In senso lato.

    Pensai che erano passati molti anni dall'ultimo sorso di dopobarba sulle strade di Stoccarda, dall'ultima chiazza di vomito depositata sotto un ponte di Roma. Dieci anni dall'operazione per le tre ulcere perforanti. L'emorragia interna e i danni celebrali sono solo due dei ricordi che ho di quel periodo.

    Scesi dall'auto, presi la valigia e cercai sulla pulsantiera il nome di Ashcroft. Ashcroft Ferdinaand 13. Il bastardo si era sposato e non mi aveva detto nulla. Suonai e mi aprirono senza chiedere nulla.

    Passai l'ennesima porta, sorvolai gli ultimi ricordi e salii le scale di marmo fino al quarto piano. Il palazzo era un tipico edificio del secondo dopo guerra olandese, luminoso e chiaro, le porte blindate degli appartamenti rivestite da un sottile parquet di noce.

    Pensai che la camera degli ospiti non poteva mancare. Sorrisi.

    Mi aprirono due uomini, riconobbi subito Ash, che probabilmente aveva abusato di se stesso più di quanto non lo avessi fatto io stesso. Appariva più vecchio di dieci anni, segnato ma sorridente.

    Mi abbracciò con affetto e mi presentò il suo compagno. Sicuramente passivo nella coppia. Mi accesi una sigaretta e gli raccontai gli anni passati in maniera approssimativa e superficiale. Passai la palla velocemente. Ash raccontò di se per oltre due ore. Lavoro, famiglia, visione della società. Stronzate. Gli chiesi se avesse dello skunk in casa e un bicchiere di Scotch. Sorrise, prese una busta da 40 grammi e un Single Islay del' ottantuno. Ne aveva di soldi Ash. Gestendo tre locali e un giro di poker clandestino tra Londra e Amsterdam. Fumai bevendo, bevvi fumando.

    Gli dissi che mi avrebbe fatto piacere giocare con loro qualche volta.

    Salutai ed uscii. Avevo bisogno di aria, l'atmosfera tra due gay che avevano le tempie piene di tutti i vizi che mi venissero in mente, si stava facendo un po' troppo calda. Credo che quella casa fosse l'inferno di un cattolico medio, omosessualità, avarizia, gioco d'azzardo, alcol e droga. Nessun rispetto per la propria integrità, a conti fatti. Ma razionalmente nessuno abusava di se stesso con la consapevolezza di fare il tifo per un tumore, per lesioni neurologiche e tremori da Parkinson. L'istinto di autoconservazione ha effetto sulla realtà, non sulla nevrosi d'angoscia dalla quale il drogato fugge.

    Cercai un locale tranquillo dove preparassero caffè all'italiana. Mi accesi una sigaretta e, stordito dalle sostanze psicotrope, osservai lentamente la gente passare. Occhi così piatti da poterci leggere dentro, attraverso il linguaggio della camminata e dell'abbigliamento. Zombie di vento che volano sui canali, da un orgasmo ad un altro. Per non pensare.

    Ma una deformazione della banalità squarciò il cineforum che mi stava ipnotizzando. Ragazza mora, tratti ibridi, gonna al ginocchio di seta rossa. Top azzurro e un ciondolo di ambra rossa tra i seni. Occhi verdi di cielo che lambivano il mondo di calma, attentando all'equilibrio ad un tempo. Mi guardò velocemente, rabbrividii. Continuò a camminare. Smisi di respirare per un attimo. L'avrei rincontrata ma non in quel momento. Ne ero certo.

    Finii il caffè in un unico lungo sorso e mi alzai.

    I cieli Olandesi sono frenetici, scostanti e iracondi. E questo si riflette sulla folla in strada, di corsa tra un istinto e l'altro. Esauriti si rifugiano nei cafè, fumano qualcosa, intorpidiscono la realtà, fuggono. Poi escono e corrono ancora. Biciclette con precedenza onnipotente.

    Camminai a lungo incrociando ragazzine con troppe esperienze sessuali, e troppo poche di vero dolore. Provai fastidio, era una giornata strana.

    Tornai da Ash, il portone dell'atrio era aperto. Salite le scale trovai la porta di casa socchiusa e percepii “il passivo” urlare ad Ash di chiudere alla svelta. L'archetipo surreale di una checca isterica. Entrai velocemente e vidi la faccia del vecchio ex liceale sfigato, contorcersi ed indurirsi in una smorfia dalle mille rughe. Indecifrabile.

    Improvvisamente urlò in Olandese, una decina di parole non di più. Dall'altra stanza un verso strozzato ed un tonfo sordo. Ero innervosito, dalle troiette max factor appena incrociate, e da quella situazione inaspettata. Cominciai a camminare velocemente verso il salotto. Ci avevano dato dentro, l'odore della nebbia di erba addolciva soffitti e tappezzeria. Il padrone di casa mi fermò interponendosi tra me e la stanza, ero nervoso e lo avvisai. Mi mise la mani sul petto ordinandomi di andarmene via immediatamente.

    Al tempo portavo con me, diciamo per difesa personale, una Smith&Wesson Rolling Thunder, una pistola prodotta per la commemorazione dei veterani di guerra americani.

    Estratta la appoggiai delicatamente sulla fronte di Ash. Nessuna discriminazione sessuale, solo che dopo essere stato picchiato in Germania da un gruppo di Neonazisti anti-vagabondaggio, avevo sviluppato qualche paranoia al riguardo.

    Si scansò immediatamente, aprendomi le porte dell'inferno. Caronte.

    Un bambino castano, livido in faccia, piangeva muto ed immobile sul divano di pelle. La luce filtrava fioca dalle tendine gialle. Muto perché soffocato da una palla di gomma da rapporto sadomaso. Gambe e braccia immobilizzate da un' unica corda. Se un cattolico fosse entrato in quella casa credo avrebbe avuto qualcosa da ridire. Poi avrebbe aumentato le donazioni alla chiesa e si sarebbe confessato molto di più. La libertà condizionata non è prerogativa dei pentiti.

    Il ragazzino poteva avere massimo 13 anni, e non piangeva certo per il nervosismo. La pelle è elastica fino ad un certo punto, e il compagno di Ash sembrava essere abbastanza dotato da non rivelarsi poi così passivo. Era calato un certo silenzio dopo l'ingresso teatrale e spontaneo di una probabile nemesi nella stanza. Non me, s' intende. Ma l'arma, o meglio ancora, il proiettile.

    Il mio agire era sempre stato molto vicino al mio essere, tanto che mi bastò un attimo per castrare a vita il pedofilo, con un proiettile destinato ai suoi genitali. Prima uomo, poi omo passivo, poi attivo ed ora pedofilo. E discernendo i momenti, ognuna di quelle definizioni era stata valida. In fondo ogni realtà è un allucinazione, un trip, basta solo farci caso e dimenticare per qualche attimo la letteratura del '900.

    La pistola fumava di un gesto eroico, avevo fatto ciò che credevo giusto. Liberai il bambino e gli chiamai un taxi, gli dissi di non raccontarlo a nessuno, giustizia era stata fatta e la violenza subita sarebbe comunque rimasta a tormentarlo dal passato. Prima o poi tutte le pellicole sbiadiscono.

    La sua era colorata molto bene devo ammettere.

    Ash era sparito dopo lo sparo, sarebbe bastata una scaccia cani. L'uomo mille facce era a terra agonizzante di dolore, gli chiesi dove fosse il locale di suo marito. Una pistola ed una promessa di ambulanza sotto casa sono convincenti per chiunque.

    Lo lasciai a casa e non chiamai nessuna ambulanza.

    Di norma non sarei intervenuto nelle questioni altrui, ma quando tra le due parti il guadagno e la perdita sono squilibrate, reputo dovere di chiunque riportare la situazione alla normalità. Una scopata con un ragazzino, non vale un trauma infantile. Non c'era odio, solo perversione. Così non andava. Chiamatela schizofrenia ebefrenica, o semplicemente cinismo.

    Cambiato d'abito e con il porta sigarette pieno partii alla ricerca di un paio di emozioni firmate. Azzardo.

    Avevo nostalgia delle società a potere diffuso. Dove chiunque avrebbe potuto farsi spazio da solo. Società in cui la vendetta era tollerata, entro certi limiti, ma “legale”. Il diritto ha azzerato le condizioni per l'evoluzione. Eliminato la selezione. Ogni nuovo nato viene proiettato in una gabbia che l'automiglioramento della specie non ha provveduto ad allargare. Non c'è spazio per un riproduttore sesso dipendente, che in libertà sarebbe stato capo di un branco, patriarca di una grande famiglia. Non c'è aria per aggressivi cacciatori, violenti e prestanti fisicamente. Chi si trova recluso, in cattività non può neanche morire, soffocando i suoi impeti in notti insonni e crisi di coscienza. Non ci sarà soluzione finché non ci sarà selezione. Chi non si riesce ad adattare al sistema merita di essere ucciso. Avevo interpretato la parte di Darwin in quel momento. Assassino. Chi fugge dalla gabbia metaforica, entra in una reale. Lo trovavo ironico.

    I piccoli crimini, gli atti di vandalismo, il taccheggio, l'ingiuria e le denunce per rissa sono solamente la valvola si sfogo del sistema.

    Pensai a tutto questo mentre il taxi mi stava trasportando senza tempo alla valvola di quel tempo, il locale di Ash. 24 Euro e scesi.

    Non pensavo che i supermercati dell'azzardo fossero mascherati da piccoli cafè borghesi. La pistola come mezzo di forzatura evolutivo.

    Entrai nel locale. Un bancone di legno massello, 5 tavolini di alluminio e le loro 5 tovagliette sintetiche rosse. Locale male illuminato. Dietro al bancone un homo quasi sapiens da 130kg che mi guardava bieco. Guardandogli la fronte schiacciata gli chiesi di Ash. Continuò a guardarmi in silenzio. Gli chiesi allora se conoscesse un posto dove si potesse giocare a carte. Aveva una voce da dipendente statale sulla trentina. Mi chiese un documento. Controllò un po' di database su un portatile che teneva vicino e mi diede la password. Mi disse di andare in bagno.

    L'accesso ad una bisca clandestina in un bagno. Il luogo mediamente più frequentato di tutto il locale. O sono troppo stupido o troppo intelligente per capire alcune scelte strategiche del mondo criminale. Un bagno lucido e pulito, piastrelle azzurre e rubinetterie cromata. Una pulsantiera per entrare in tutti i cessi. Tutte finte tranne la terza da destra. La porta non si aprì su di un water e distributore di carta igienica. In fondo c'era da aspettarselo. Una scala ripida che conduceva al secondo piano. Gli edifici di Amsterdam sono molto stretti. Non c'è spazio per tutti su un solo livello. L'ambiente era completamente diverso. Se devi nascondere un locale, puoi anche arredarlo coerentemente al primo. Solo la scarsa illuminazione mi ricordava di essere nello stesso palazzo. Circa 20 Tavoli, 4 persone per tavolo e le loro 20 tovagliette di panno verde. Fumo di sigari, bicchieri di whisky e mazzi da poker. 52 carte ed un solo jolly. Uomini di ogni età e portamento, poche donne, ma al momento non mi interessavano. Vidi Ash al fondo della sala sbiancare, due quasi sapiens venire verso di me. Feci segno di no al vecchio compagno di liceo, credo che capì perché richiamò i suoi amici e mi si avvicinò con passo incerto.

    Presi per primo la parola, non sono mai stata una persona teatrale. Volevo spiegargli le mie intenzioni, o meglio ciò che mi sarebbe venuto in mente mentre parlavo.

    Quando perdi ogni aspettativa nella vita, ogni speranza e ogni sogno, forse per colpa delle crisi depressive passate, per i trattamenti in clinica, o forse per il fatto di sentirsi la morte addosso da 20anni a questa parte, tralasci anche ogni desiderio, ti muovi aspettando che sia il sistema a crearti sceneggiatura e scenografia. Poi il talento nel recitare è genetico immagino.

    Gli dissi che non me ne importava più nulla di quello che era successo, che avevo già provveduto a rappacificarmi con i recessi razionali del mio conscio. Avevo già provveduto alla mia personalissima coerenza morale. A proposito di arredamento. Volevo solo giocare. Era straordinariamente assertivo, e sentii il peso dell'arma sotto l'ascella. Mi chiese di scegliere un tavolo e di non preoccuparmi dei soldi, almeno per stasera. Guardai allora attentamente i giocatori, uno per uno. Sorvolai velocemente i fumatori e i bevitori, non si può essere concentrati con poco ossigeno e l'acetaldeide nel sangue. Nel tavolo più lontano vidi un uomo elegante sui cinquanta, abito scuro e una cravatta sobria sull'amaranto. Nell'essere mazziere aveva la gestualità del croupier. O lavorava in un casinò, o ci aveva lavorato. Più probabilmente ci sapeva soltanto fare. Era il giocatore che avrei voluto sfidare. Ora dovevo trovare la donna da sedurre, era la scenografia a suggerirlo, io seguivo solamente il copione. Saltai le mogli frustrate e le vecchie giocatrici d'azzardo del tempo della guerra. E mi paralizzai. La rividi e mi stava guardando.

    I dannati capelli corvini colavano sulle spalle, ossidiana liquida. Quegli occhi mi aprivano, taglio ad ipsilon, e mi scrutavano l'anima come l'analista che deve ancora nascere. Non stava giocando, aveva le mani appoggiate mollemente sulle spalle di un vecchio al terzo sigaro della serata, che sembrava non accorgersi minimamente di lei. Decisi di sedermi a quel tavolo. Nello stesso momento in cui mi avvicinai al tavolo il vecchio si alzò tossendo ripetutamente, poveretto, dicendomi burberamente di sedermi. Per lui la serata era finita. Si diresse verso il bagno accompagnato. Presi posto di mal umore in quanto il giustificativo del tavolo, la donna, si era appena diretta col suo vegliardo al bagno. La peggiore delle puttane, quella affascinante.

    Ash mi portò in silenzio cinquemila euro, dischetti colorati su un piatto d'argento. Era il prezzo che era disposto a pagare per salvarsi la vita, il valore che attribuiva a se stesso. Il denaro nella nostra società ha sostituito ogni mezzo per raggiungere i propri sogni, per realizzare i propri progetti. Ha annullato il nesso tra lo sforzo e la meta. Ogni sogno ha un valore standard, ed i desideri si devono adattare. Più una realtà e di valore più è desiderabile, al più rimane irraggiungibile e psicologicamente la consideriamo inutile. Barriere, introiezione e proiezione. Standardizzati come siamo viviamo in nicchie stagne, con le aspettative proprie alla classe sociale di appartenenza. La moneta ha chiuso il lucchetto della prigione che il diritto ci ha tessuto intorno in silenzio. Avrei dovuto pagare molto più del vecchio per quella donna.

    Il poker è un gioco di psicologia, bisogna rimanere calmi ed impassibili. Non rivelare in alcun modo i propri moti interiori, arrivando al punto di simularne degli altri. Non ero capace a quel tempo di fingere, ero spogliato dall'importanza del giudizio altrui, spogliato dalla necessità di apparire sull'essere. L'unica possibilità che mi rimaneva per vincere era distruggere la maschera degli altri, ucciderla. Spaccando il loro guscio li avrei mossi in altre direzioni. Avrebbero lasciato scoperto il piatto. Se non puoi vincere, cerca almeno di non perdere. Effetto domino. Causa effetto. Il mazzo stava a me e diedi le carte goffamente, storte e senza coordinazione. Sempre più larghe, nel cerchio antiorario. Arrivai all'ultima carta senza aver guardato ancora nessuno negli occhi, diedi un colpo con la mano al bicchiere che mi stava accanto. Bicchieri spessi di vetro, ricolmi di whisky s'infrangono sul marmo, esplodendo in polvere di diamanti. Ambrati e profumati. Alzai gli occhi alla mia sinistra. Vidi una testa ricoperta di capelli neri. Guardava in basso quel cranio così lontano, guardava il lago del suo drink rompere gli argini della tensione superficiale e allagare il mondo. Le sue scarpe di pelle. Testosterone ed ira. Occhi piccoli e castani, un naso abnorme e sporco, la bocca chiara e sottile increspata. Tremava isterico guardandomi fisso. Gli chiesi scusa, con voce sommessa , evitando il suo sguardo. Sentii immediatamente una voce di donna, provenire dalla mia sinistra. Cercava di calmare un certo Philip, probabilmente l'iracondo senza drink, il più facile dei bersagli, dicendogli che non era successo nulla. Sarebbe stato meglio che quello fosse stato il suo ultimo drink, glielo diceva da medico. Philip mi chiese scusa, povero cane addomesticato da una donna. Signora sui quaranta, capelli tinti biondi sotto la spalla, occhi turchesi e labbra carnose. Copriva le carte ancora poggiate sul tavolo con la mano, portava una fede uguale a quella di Philip, ma i due non dovevano stare più insieme. Il terzo sfidante, che per tutta la scena non aveva distolto le orbite dal decoltè della signora, era il classico libero professionista single, emarginato e appassionato di musica jazz contemporanea e scacchi. Moriva dietro a quegli occhi turchesi, e moriva sopra quella camicetta rossa. Desiderava entrare nella fessura tra il terzo ed il quarto bottone. La situazione era chiara. Domino, non c'è più di una possibilità se il sistema è chiuso come un tavolo da poker.

    Pochi secondi dopo arrivò un cameriere. Giovane, venticinque anni. Abito scuro portato senza classe. Si piegò sulle ginocchia accanto a me, asciugò velocemente ed eliminò i vetri. Si rialzò e ci guardò stordito. Aspettava senza dire una parola. Non doveva piacergli molto quel lavoro. Chiesi a Philip, chiamandolo per nome, che whisky stava bevendo. Rispose piano. Un Oban. Nel momento in cui aprii bocca per comunicarlo al giovane, nell'esatto istante in cui il sottile velo di saliva tra le labbra si divide, la signora interruppe. Philip non doveva bere.

    Il primo pezzo: bicchiere. Il secondo viene investito: Philip. Il terzo scatta e cade come un bambino maldestro: la moglie. Ancora un piccolo aiuto e tutto il castello sarebbe andato in pezzi, accelerando l'implosione.

    Dissi alla signora di non preoccuparsi, qualsiasi cosa avesse suo marito. Feci pressione con le labbra sulla emme, aprendo volgarmente la seconda a. Il libero professionista mi interruppe, un'altra volta. Non era sua moglie. Era calmo. Il primo prigioniero era imbestialito ma zitto. Aveva bisogno di un altra spintarella l'ultimo rettangolo del domino. Mi scusai per la gaf. Continuai difendendo Philip, e invitando la signora ad essere mia ospite in questa bevuta, sarebbe stato il mio regalo come nuovo arrivato. Le guardai il seno facendomi notare da tutti. Così facendo stavo scagliando una doppia sfida all'ometto. Un affondo lieve al suo orgoglio di professionista incompreso e frustrato riguardo ai soldi, e una sciabolata alla parte sessuale e recondita del suo ego. Conclusi offrendo un drink anche a lui. E cadde, come corpo morto cade.

    Edward, estrapolai il nome dallo sproloquio che da li a poco mi avrebbe scagliato contro, si alzò di scatto e mi guardò dall'alto in basso. I capelli si erano misteriosamente sconvolti, seguendo il suo animo. Mi diede del cafone, del maleducato, dell'ignorante dello zoticone. In preciso ordine. Disse a Eveline che la prossima volta avrebbe potuto vestirsi in modo più adeguato. Scostò la seggiola, e se ne andò. La sua immagine riflessa negli occhi di tutto il locale si diresse alla cassa, seguito da Eveline che gli chiedeva scusa e Philip che dava dello sfigato a lui e della puttana alla sua ex moglie. Eveline stava con il libero professionista, mi era andata bene, non avevo assolutamente calcolato quell'eventualità. Mi ritrovai al tavolo da solo, con un Oban tra le mani, offerto da Ash.

    Le quattro mani sul tavolo ancora celate a chiunque. Un full servito. Assi e jack.

    Avevo vinto la mia prima partita di poker senza neanche giocarla. Sun Tzu. Da quel giorno seppi che il poker era un gioco di fortuna, più che di abilità. Sempre e soltanto un effetto, alla singola causa. Necessità.

    Mi guardai intorno per cercare l'unica persona di cui mi importava veramente in quella sala. Il giocatore. Feci scorrere velocemente lo sguardi sulle teste delle decine di giocatori. E li incontrai. Mi paralizzarono ancora quegli occhi di donna, di prostituta. Ormai sola, in ricerca vampirica di denaro e di ombre di uomini evanescenti. Implosi. Si avvicinò lentamente a me, passo dopo passo, impercettibile, quasi fluttuante. Si presentava diversa dal nostro primo incontro. I capelli legati, aderenti al cranio. Una lunga coda si appoggiava a metà della schiena ad ogni falcata, Legati da una pinza semplice in avorio. Un abito da sera lungo e fasciante. Confusi pensieri da estetici ad erotici, pornografici. La Venere di Botticelli, Lilith, la Madonna nera di Munch. Il bello è una grandezza di cui tutti facciamo esperienza, ma che non sapremmo definire. Sesso, piacere e memorie ancestrali, collettive forse. La forma allotropica della morte, la ricerca di ciò che non si dovrebbe desiderare perché sempre uguale a se stessa, millenni di carcere confusi con l'evoluzione.

    Si sedette di fronte a me, ed il mondo scomparve. Risucchiato dalla sua volontà, dai suoi occhi e dalle labbra socchiuse. Una scossa partì dai polsi, per addormentarsi nel collo. Mi sentii vivo, per la prima volta, davanti a quella bellezza che credetti di amare.

    Lei, io, il tavolo verde. Le fish, le carte nel mazzo. Nessun suono intorno, un buio silente ammantato dalla luce dorata, lampadina gialla al soffitto.

    Mi guardò a lungo nella mia paralisi. Chiuse gli occhi per un istante, dandomi la possibilità di fuggire. Restai credendo di voler restare.

    Allora cominciò a parlare, e la sua voce saltava da una carta all'altra, mentre mescolava il mazzo.

    Conosceva il mio nome, mi chiese gentilmente se volessi giocare, se avessi il desiderio di vincere quella partita. Era l'inizio del suo bluff. Cercava di manipolarmi. Forse mi piaceva, in quel luogo, sentirmi schiavo.

    Una sola mano, senza apertura. Cinque a me, cinque a lei. Ero nervoso, lei calma. Non schiodava quei paradisi verdi da me. Guardai le carte. Guardò le sue velocemente. Poi mi fissò teneramente, e mi disse che avrei perso in ogni caso. Le credetti.

    Presi tutte le fish, offerte da quell'Ash così lontano. All in. Mi sembrava di essere in un altro universo, un'altra vita. Senza tempo e spazio. Io e lei.

    Leggermente, sommessamente la sentii parlare. Stava elencando delle carte. Asso di fiori, asso di cuori, sette di picche e sette di fiori. Un jack di quadri. Erano le mie carte.

    Vide il mio all in e rovesciò le sue sul panno verde. Stesse carte, stesse emozioni stesso sudore.

    Mi specchiai in lei, e vidi i miei occhi, il principio opposto del mio essere. L'autoerotismo ironico della creazione.

    La fine è la nascita, la vita è la morte, tutto dentro quello scrigno. La goccia di sudore emozionata.

    Il mondo ricomparì nel pareggio. Ricompari differente intorno a me. Questa volta tutto era ugualmente vuoto, zoppo senza la gamba oscura, coperta dalla paura. E dalla fuga.


    October 08

    Mescal

    Non ci sono più le linee guida ad attraversare il cielo, da dentro a furi.
    Blu notte, della realtà clandestina.
     Gocciola senza permessi, pioggia acida, colando radente al nulla, impercettibile. Migliaia di universi senza nome, serpeggiano silenti sul palcoscenico degli attori morti. Non sono le coloroazioni accese, delle painte sussuranti. Non i libri consiglieri. Ma il velo mollemente disciolto sulle teste dormienti.
    E quando ti tuffi verso l'alto, tanto da guardare il tuo cadavere paralizzato nel tempo, allora saprai che non c'è distanza o fluire di eventi che possa importare.
    Aprire il vaso di Pandora, con paralizzante angoscia, e scoprire che dentro, vi si è addormentata solamente l'ombra evanescente del nulla, della verità. L'albero riflesso.
    Sprofondare in un buio avvolgente, con la sigaretta serrata tra le labbra, la sicurezza della bottiglia nella destra.
    Tra il fumo , sul fondo di vetro ormai sgombro, una luce pallida e morente compare.
    Un istante di sollievo, di illusioni porpora e liquidi corporei.
     
    August 19

    Haiku della bellezza

    Fiore di Loto
    beve luce di Luna.
    Senza bisogni.
    July 14

    Haiku di vento

    Questo rasoio.
    Sezionando il tempo.
    Lento io muoio.
     
    Pensieri a goccia.
    La rossa inondazione.
    Rosa che sboccia.
     
    Medusa molle.
    Bruciata dalla lama.
    Carcassa folle.
     
    Bagno sanguigno.
    Nulla e verità spente.
    Affoga il cigno.
     
     
     
     
     
     
     
     
     
    June 29

    La Scelta

    Dicono sia grave. Si “grave” è la parola corretta. Appunto, vedere tutto intorno a te, mettiamo ad una grande festa incravattata, l'alcol che scorre negli esofagi bruciati della gente, senza scopo.

    Dicono non sia normale, avere un giudizio sempre diverso dalle persone con cui conversi. A volte credo che anche lo stesso Gaia che bevo come loro, abbia per me un sapore diverso. Sarà forse perché è il quarto tappo che sfilo. Non saprei, in fondo tutto è singolare dopo più di un litro di vino.

    Strappo.

    I medici concordano sul fatto che sia patologico. Probabilmente “patologico” è una parola abusata. Dicevo, perdere coscienza per alcuni attimi e ritrovarsi in circostanze diverse dall'ultimo ricordo. La sigaretta che fumo ricorda piacevolmente le note del cacao, sicuramente messo come additivo per rendere la dipendenza più veloce. Una ragazza in un lungo abito rosso mi si avvicina, sguardo preparato allo specchio per ore, trucco pesante ma ben definito, passo probabilmente perfezionato alla scuola per modelle.

    Penso sia banale. Si “banale” è una parola il cui uso si addice bene a chi crede di sapere molto. Per l'appunto, sfruttare tecniche studiate per conquistare un uomo. Mi chiede da accendere. Non so chi mi abbia acceso la sigaretta e le chiedo quale fosse il motivo per cui fosse venuta da me per dare fuoco alla sua Muratti. Sorride, due battiti di ciglia standard, e risponde che avrebbe voluto fare due chiacchiere con me. “Due chiacchiere” è un espressione che odio. In più è perfetta, leggermente ebbra e odora di sigaretta. Ha un piccolo neo sopra il labbro, sulla destra. Probabilmente un melanoma data la forma, il colore, l'asimmetria e l'estensione. Ma non dico nulla, non vorrei preoccuparla. Ha lunghi capelli biondi raccolti in una coda, dall'alto. Le bionde sono più a rischio di tumori della pelle. Ma sto zitto, non vorrei preoccuparla.

    Bene dunque, parliamo. Mi chiede come sta la mia ragazza, un po' sfacciata ma esce dai canoni di avvicinamento, mi piace. Rispondo che se ne avessi una sarei a casa con lei, davanti ad un film, con i cartoni di pizza aperti sul tappetto, un bicchiere di porto in mano e il gatto accoccolato sulle nostre gambe intrecciate.

    Strappo.

    Penso che sia noioso. “Noioso” è sicuramente errato, ma è fastidioso. Ecco “Fastidioso”. Dunque, trovarsi in una situazione in cui non vorresti essere e sapere che qualcosa ti ha condizionato a tal punto da cambiare la tua volontà. Non poter sapere cosa mi abbia detto per portarmi in camera, avermi fatto togliere i pantaloni e averle permesso di andare in bagno lasciandomi solo seduto sul letto senza capire. Ho i boxer strappati da un lato e la minzione che mi fa tremare le gambe. La porta si apre ed entra una ragazza in sottoveste bianco panna. Ha i capelli ricci lunghi fino al fianco, scuri. Nella penombra gli occhi sembrano verdi smeraldo, ma di quelle pietre che valgono poco perchè non hanno luce. Occhi così non li avevo mai visti. Mi chiede se sono pronto, usando parole che userebbe una persona di cultura media da 1200 vocaboli conosciuti. Rispondo che dovrei andare un attimo ancora in bagno. Penso che “ancora” sia tutelante in queste situazioni. Sarebbe andato bene se fossi già andato a sciacquarmi o anche se dovessi andarci nonostante l'attesa. “Ancora”.

    Il bagno è di una brillantezza estrema, un pallore che richiama il latte congelato. Diafano. Cristalli di ghiaccio nel latte brillano come diamanti. “Diafano” è proprio l'aggettivo giusto per quel bagno. Sanitari imperial con rubinetteria e posa saponette in bronzo, piastrellatura del pavimento bianco uovo bollito, di quelle uova bollite che una volta sgusciate sembrano poter rimbalzare a terra e tornare in mano. Quello stesso bianco. Decorazione del soffitto con tralci di Glicine viola. Come pensavo, i miei vestiti sono appesi a fianco della vasca, l'abitudine mi aiuta in queste situazioni di spaesamento.

    I vestiti sono quelli che ricordavo, camicia di seta bianca e gemelli d'oro con turchese. Abito nero di Valentino, cravatta regimental rossa e nera. Cartier d'acciaio nella tasca destra. Tutto in ordine, per lo meno non ero fuori di me. Dolore alla mano sinistra.

    Quando un dolore si rivela e ti accorgi solo allora di stare sanguinando o di avere un brutto livido, sei sicuramente appena uscito da uno shock, da uno stato di forte concentrazione o trance. Oppure hai dei vuoti nella memoria a breve termine causati dall'abuso di solventi per vernice. Mascherina. E' il primo rimorso che mi trafigge in questi casi.

    Una probabile incrinazione al metatarso. Ematoma, escoriazione. Tutte parole che suonano laceranti quando si tratta probabilmente di un urto, un impatto sullo zigomo di qualche borghese costantemente tutelato da avvocato.

    Mi guardo allo specchio per accertarmi di avere avuto la meglio. Perfetto penso. Pensando che “perfetto” sia la maniera migliore per definire qualcosa che sia rimasto al suo stato originario. In fondo ogni volta che mi guardo è come riscoprire un monumento storico celato per secoli, non si ha idea di come si sia conservato. Fior di conio. Sul pollice ho un ombra di rossetto. Nulla di speciale, chi non adora accarezzare le labbra di una donna?

    Flash.

    Mi accendo la sigaretta con uno Zippo A-I, collezione Venezia del '62. Esco in terrazzo ed osservo il sistema di individui aggregati ad una festa. Rido di me e di loro.

    A volte soffermandosi a pensare sul passato capiamo cosa avremmo potuto fare, o perché abbiamo agito in quella determinata maniera. Risaliamo dall'istinto alla mancanza di libertà e capiamo che in fondo, non c'era più di un'opzione.

    Ho imparato a fidarmi di me stesso e quindi accetto le situazioni in cui mi vengo a trovare senza capirne il motivo senza troppa difficoltà. Mi lavo la mano dal sangue ormai coagulato, che tinge il lavandino di rosso lampone. Insapono collo e viso, detergo zona ano-genitale. Ovviamente dopo aver espulso i 2 litri di vino appena ingurgitati. La consecutio temporum delle azioni si perde facilmente per chi soffre del mio problema.

    Torno in camera sperando che questa ragazza mi piaccia. Lei è sdraiata, le gambe incrociate, le mani dietro la nuca. Mi guarda incuriosita. Continuando a guardarmi, prende un bicchiere di vino rosso dal comodino e si bagna le labbra. Non porta il rossetto. Si sistema i capelli seguendomi con lo sguardo mentre mi metto a sedere al suo fianco. Sangue nel lavandino. Le appoggio una mano sullo stomaco. La seta si poggia delicatamente sui piccoli addominali scolpiti, rivestendola come una colata di marmo liquido su un addome michelangiolesco. Mi appoggia le dita affusolate sulla coscia nuda, ha la pelle morbida e ancora umida di crema. Mi chiama per nome, con quel tono sussurrato caldo, che mi ricorda la buona notte di mia madre. Complesso di Edipo. Mi dice di andare a dormire, che non siamo più dei bambini. Che prima scherzava ovviamente, ma in effetti non avrebbe dovuto.

    Flash

    Spengo una sigaretta in un prato verde. Piccole margherite e narcisi colorano il tutto. L'aria è fredda sul petto. Poco distante c'è una ragazza che dorme, un bel corpo asciutto, non più bambina non ancora donna. Nuda, i capelli abbracciano l'erba. Siamo appena stati insieme. Ho un certo senso di angoscia e soddisfazione.

    Porca troia penso sillabando sulle labbra. “Porca troia” è una bella esclamazione, dura tra le “r” la “t” e la “c”. “Interiezione” forse è il termine giusto. La ragazza è mia sorella, non la vedevo da 6 anni. Cresciuta bene la sorellina. Le accarezzo i capelli e le dico di non avere avuto l'intenzione. Le sussurro che mi è mancata e di dormire dolcemente. Credevo fosse morta, meglio così. Stanotte so dove dormire.

    Mi alzo, la bacio sulla fronte. Ha la pelle calda e liscia. Mi stendo al suo fianco. Fa caldo, la testa gira, troppo vino. Mi addormento velocemente.

    Quando soffri di vuoti di memoria non hai mai la certezza di avere dormito veramente, al risveglio cerchi affannato tutti gli elementi che accertano che tu non ti sia mosso. Questo all'inizio almeno. Con gli anni impari, che tanto non cambierebbe nulla, sei responsabile in ogni caso di tutte le tue azioni, delitti od eroismi commessi durante la tua assenza.

    Mi sveglio sudato. “Madido” è un aggettivo abbastanza morbido da poter essere usato di primo mattino. Ho mal di testa e il sole fuori mi annebbia la vista. La bocca impastata e le gambe indolenzite. Penso che sarà una giornata di merda. Mi alzo dal letto, mi strofino gli occhi e guardo la camera. Un grosso letto matrimoniale di legno massello, scolpito con temi floreali nel centro. Due comodini Luigi XVI posti simmetricamente a lato. Un lume di plexiglas e acciaio su ognuno. Bell'accostamento del cazzo. Tappezzeria verde acqua sembra colare sul parquet di legno di ulivo. Penso che chiunque viva qua dentro abbia forse più soldi di me, forse mia sorella. Ho fame.

    Apro la porta della camera e percorro un lungo corridoio. I piedi nudi sul marmo mi ricordano le vacanze estive in Costa Azzurra. Il travertino non è male, ma questo è eccezionale. Seguo il rumore di stoviglie che nasce tre porte sulla sinistra. Cucina su misura azzurra, piastrelle blu notte, tavolo di cristallo ed un tipo incravattato che corre verso di me. Sta chiedendo al mondo se per caso sa chi cazzo io sia, urlando. L'avevo detto che sarebbe stata una giornata di merda.

    Corro fuori e cercando di sovrastare la sua rabbia da facocero impazzito, gli comunico che sono il fratello di mia sorella. Marie. Con tutto il cuore spero di ricordare il nome di mia sorella. A volte il solvente cancella anche la memoria volatile.

    Strappo.

    Ora mi chiedo se la mia memoria si prenda gioco di me, che in fondo il mio subconscio mi odi per il danno cerebrale causatogli. Sono seduto al tavolo di cristallo, una tazza di caffè e una brioches, la mano che tiene la tazza fa fottutamente male. Non è rotta ma ci manca poco, è talmente viola che sembra riflettere la cucina intorno. Il facocero è ora un ragazzo più giovane di me che mi parla mentre si prepara il caffè. Credo che si aggiri intorno ai 1500 vocaboli. Cogliendo il discorso da metà, intuisco che si deve trattare dell'uomo di mia sorella, che mi deve aver aggredito e che si scusa. Mi dice che la ama da impazzire e che vorrebbe un figlio da lei. Miele e insicurezza sono le prime parole che mi vengono in mente. Farebbe carte false per un figlio. Faccio che suggerirgli il trucco della sostituzione della pillola con blister simili. Ora scappa che deve andare al lavoro. Marie dovrebbe tornare per pranzo. Mi sembra teso. Continueremo la discussione alla sera. Ne dubito ma lo saluto. Finisco la colazione e mi accendo una sigaretta. Fa schifo ma sono dipendente. Mi infilo in bagno, spengo la Barclay nel cesso e mi infilo sotto la doccia. E' una di quelle docce in cui l'acqua calda non arriva mai e con le due manopole non è possibile giungere ad un compromesso tra caldo e freddo.

    Flash

    La ragazza è alterata. Le tremano le mani. Le braccia irrigidite tengono il drink. Mi guarda per qualche istante e come una bambina isterica dopo troppi caffè, mi rovescia il suo cosmopolitan in testa. Il ghiaccio è freddo tra i capelli, ma sono abbastanza veloce per evitare che mi macchi la camicia. Mi si spegne la sigaretta. Rabbia è ora come ora la parola corretta. Ira è qualcosa di più teatrale. Scrollo i capelli e la guardo, i suoi insulti mi arrivano lenti ed ovattati. Non si aspetta nessuna reazione dal mio sorriso. Le regalo uno schiaffo sulla bocca, per farla tacere. Loreal Red Passion sul pollice. Mi guarda spaventata mentre intorno la gente non si è accorta di nulla. Grida con le gengive leggermente arrossate dal sangue. Le lascio cadere un bel pugno sotto il naso, abbastanza forte da farla volare indietro, non abbastanza da spaccarle i denti. Mi taglio la mano.

    A volte sono proprio un bastardo. Ma l'acqua tiepida scrosta il rimorso e alleggerisce l'emicrania. Bevo un po' dell'acqua che mi scivola dagli occhi. Cloro puro, siamo ancora in città per fortuna.

    Esco dal bagno senza asciugarmi, in cerca di vestiti. Le impronte che mi lascio dietro si riducono ad ogni passo. Sembra che la doccia sia uno di quegli eventi che segnano la tua vita agli occhi degli altri e più passa il tempo più ciò che fai si affievolisce, facendoti cadere in tutta la banalità del genere umano. Sono gli atti al di sopra del comune che accrescono la nostra immagine, bene e male sono privi d'importanza per la scalata. Insomma, bisogna farsi la doccia più spesso credo.

    Immagine” parola troppo complicata per essere imparata tra le prime. La più direttamente assimilabile sarebbe “male” ma chissà perché è sempre la parola “mamma” ad avere la meglio. Egotismo nero. Rientro in camera e comincio a frugare i cassetti per trovare abiti da uomo. Calze e mutande trovate. Grandi le calze e piccole le mutande. Strano pensavo che la lunghezza dei piedi fosse in proporzione. Bermuda e una camicia di cotone. Perfetto. “Perfetto” nel senso di trovare ciò che cerchi nella maniera in cui te la immagini. Potrebbe essere addirittura meglio ma a quel punto la situazione sarebbe “straordinaria”.

    Torno in bagno per recuperare quello che è rimasto nel vestito. Orologio al polso. Zippo nella tasca anteriore sinistra. Chiavi della macchina anteriore destra. Mi chiedo in che condizioni sarà la mia Mercedes 300SL del '54. Infilo il portafoglio nella tasca posteriore. Un cartellino mi blocca il passaggio. E' un biglietto da visita di un certo Ferdinand Rossetti. Credo che gli Italoamericani siano una specie homo più evoluta. Ripasso mentalmente l'evoluzione dell'homo sapiens partendo dall'australopitechus. Arrivando all'homo italoamericanus. Le figure del libro si sono incollate nella corteccia come insetti. Carta moschicida. Ferdinand Rossetti avv. Associati.

    Flash.

    Dice di chiamarsi Ferdinand. Fa l'avvocato e sta con mia sorella da 2 anni. Dice che si vogliono sposare. Sposarsi è dire di sì ad un'emozione per ucciderla. Abituarsi alla vita. Credo che un giorno mi sposerò. In fondo se conosci dove si nasconde l'errore puoi comodamente aggirarlo.

    Dicono che il mondo avrà sempre bisogno di avvocati. Il mondo sarà sempre pieno di individualismo e ai deboli non piace. Gli avvocati non sono altro che la classe militare di oggi. La legge è la lancia. Chi la maneggia meglio vince soldi. La donzella in premio al torneo. “Medioevo” credo sia la parola più corretta. Storiografia.

    Strappo.

    Ho la cornetta del telefono in mano. Una di quelle cornette di alluminio e avorio anni '60 che ti avvolgono la faccia mentre parli. Una voce femminile mi comunica gentilmente che l'appuntamento per stasera è confermato alle 20. Non sono un tipo puntuale, ma non sopporto che gli altri non lo siano. Dietro la parola “puntuale” si nasconde un concetto interessante. Un punto nello spazio e nel tempo, 4 dimensioni che indicano un solo incontro. “Affascinante” è la parola più corretta. Non sono puntuale soprattutto quando non conosco il dove, il quando, il chi e il perché di un incontro.

    La porta di ingresso si è aperta. Mia sorella saluta chiamandomi per nome, rumore di sacchetti contro l'anta. La porta si richiude.

    Ho letto che è snervante. “Snervante” rende esattamente l'idea di nervi in tensione che vengono erosi. Si, attendere qualcosa che si deve verificare ma non si ha la certezza del quando. La porta appunto. O la morte. Credo che l'idea migliore di sempre sia andare verso la porta e chiuderla da sé. Agire.

    Marie, il nome è ormai accertato, mi si para di fronte sorridente, luminosa con la spesa in grandi sacchetti di nylon. Deve essere per lei una di quelle mattine gioiose. Mi dice che oggi festeggia con il suo ragazzo il loro fidanzamento. Ferdinand lo conosco, credo abbia cercato di rompermi la faccia. Le dico che avrebbe potuto avvisarlo della mia comparsata. Mi guarda divertita, con un sorriso di plastica. Falsità deformante. Stasera andrà a mangiare fuori appunto. Mi chiede se per caso io voglia rimanere da lei per qualche giorno, finché le cose non si saranno sistemate.

    Flash.

    Il tizio incravattato mi prende per la mano dolente. La fitta di dolore mi brucia fino alla spalla. Gli ripeto che sono il fratello di Marie, che stanotte ho dormito con lei. Uno strano rimorso mi prende lo stomaco e lo arrovoglia. Dicono che sia un “trauma infantile”. “Negazione” per gli psicologi. Ho i documenti in bagno, può controllare se vuole. Tenendomi stretto per il polso apre il cellulare e chiama. Chiede chi cazzo io sia. Annuisce per pochi secondi e mi lascia il polso. Chiude la telefonata con un un altro cazzo. Comincia a scusarsi. So che andrà avanti per ore, mi verrebbe quasi voglia di spiegargli il concetto di “formazione reattiva”. Ma non gli interesserebbe, ha l'aria da avvocato. Abito nero e camicia bianca per andare in ufficio e non ad un funerale. Strane abitudini dei giuristi.

    Dovrei semplificare la mia esistenza. Ridurla ad uno stato larvale ed istintivo. Questa disfunzione mi sta uccidendo, mi sembra di vivere in un film di Tarantino. Senza però la possibilità di prendere appunti e di tornare indietro quando ho bisogno di ricapitolare. Non potrò mai raggiungere uno stato sufficiente di autocoscienza tale da relazionarmi decentemente con il sistema. La percezione che ho di me stesso è talmente imprecisa che la mia verità è una stronzata.

    Rispondo che va bene, ma che non vorrei disturbare. Aspetto la sua frase di circostanza che arriva bruciante. Le chiedo se posso accendermi una sigaretta, per mantenere la conversazione il più formale possibile. Mi chiedo come faccia a fidarsi di una persona che non vede da cosi tanto tempo. Le persone cambiano mutano. Vuole sapere di me. Di cosa ho fatto in questi anni, come se ciò che ho fatto rispecchi ciò che sono. Le dico che sono riuscito a sfondare. “Sfondare” è una parola eccezionale per rendere l'idea. Ho sfondato il velo di banalità e mediocrità che avvolge il nostro sistema. Ho superato il buonismo. Continuo raccontandole di come la GAM abbia notato i miei dipinti e le mie opere di polietilene. Di come io abbia fatto successo con i miei pezzi più ignobili e privi di stile. E' orgogliosa di me. In realtà è orgogliosa di quello che faccio. Ho sentito che amano ciò che stai facendo. E' chiaro. Quando le donne ti amano mentre stai scopando. Confine invisibile.

    Strappo.

    Con gli anni ho capito che ho difficoltà a ricordare i momenti successivi a riflessioni o momenti particolarmente emotivi. Dovrei smettere di pensare e agire. Chiudere la porta insomma.

    Deve essere già sera, la luce cola pallida attraverso le mantovane del salotto. Ferdinand ha appena finito di scusarsi con Marie nell'altra stanza. Stasera non potrà uscire con lei. Un cliente molto importante lo ha invitato a cena per le 20, sarà il processo della vita. Diventerà celebre. Un atto al di sopra del comune, sfondare la mediocrità. Una doccia o troppo fredda o troppo calda. Viene da me per salutarmi. E' affranto del fatto che non possa continuare la conversazione di oggi. Mi promette che parleremo domani. Gli auguro una buona serata. Ma ne dubito.

    Esce di fretta, fermandosi un attimo nell'ingresso a pettinarsi. Si dice che derivi dall'insicurezza.. “Insicurezza” non è assolutamente corretto. Evidentemente, la vanità dell'uomo moderno. Per me è il culto del bello. Per Ferdinand è omologazione.

    Mia sorella è in camera. Piange. Mi avvicino a lei e l'abbraccio. Odora di fiori e frutta, i capelli sono umidi e profumano di vaniglia. Il dessert è l'ultimo piatto della cena. Devo avere già mangiato.

    Cerco di tranquillizzarla con frasi da fratello maggiore, tralasciando alcune parti fraintendibili nel caso. Le accarezzo i capelli. Piange perché crede che l'avvocato le abbia mentito. Crede che abbia un'amante. Ne dubito. Una scopata non è un evento eccezionale. Anche se di norma ci si infila sotto la doccia. Prima, dopo o durante. Consuetudine è una parola buona. Non mi ascolta, la bacio sulla tempia.

    Mia sorella ha smesso d'un tratto di singhiozzare. Deve avere avuto un ricordo tagliente, e credo anche di sapere quale. Mi guarda per un istante con i suoi occhi di giada. Una giada invecchiata, scura ma brillante di lacrime. Non avevo mai visto occhi così.

    Mi chiede di baciarla.

    Strappo.

    Mi odio. “Odio” è una parola troppo forte per accordarsi con l'autoconservazione. Diciamo che detesto la mia malattia.

    Le sono dentro. Dalla consistenza credo di essere appena venuto. Ricordo un barlume di orgasmo. Mi accascio al fianco di mia sorella ancora mezzo vestito, deve essere stata una cosa istintiva e carnale. Filo diretto dal passato. Provo la sensazione che si percepisce quando si pensa alla propria morte, all'ultrapercettibile. Mi sento come se potessi contemplare l'infinito spaziale. Incesto terapeutico. L'istinto è una comoda difesa, giustifica tutto. In fondo tutto è istinto, pulsione e condizionamento. Impari a credere a questa mancanza di libertà, quando ti trovi in situazioni che credevi impossibili, avendole scelte ma senza ricordarsi i perché.

    Mia sorella mi dice che è stato bellissimo. Che non è stato un tradimento perché in fondo sono suo fratello, e che non mi potrebbe mai amare come ama Ferdinand. Si giustifica la sorellina. Mi chiede se la penso come lei. Le do ragione ma non aggiungo nulla. Dall'altra stanza suona il mio cellulare.

    Flash.

    Ho chiamato Frank. Frank è una di quelle persone che vivono da sole, senza parenti. Si godono la vita, pensando di poter morire da un momento all'altro. In realtà agisce come se fosse immortale. “Immortale” ha una connotazione metafisica a volte. Si aggira intorno agli 800 vocaboli conosciuti, ma questo non lo rende meno interessante. Gli dico che stasera alle 20 avrà un lavoro facile. Deve essere pulito, è un avvocato. Si deve vestire da autista. E portare Il signor Ferdinand Rossetti alla sua ultima udienza. Adoro il linguaggio in codice, permette di rendere simboliche molte più realtà.

    Al telefono è Frank, dice che è tutto a posto.

    Mia sorella sta sbraitando qualcosa riguardo alla sua pillola anticoncezionale.

    Sono proprio un bastardo. Ma in fondo non c'era più di un'opzione.




    June 09

    Il Re Nero

    Sorseggiando a piccoli sorsi del whisky demonizzato con acqua, si ritrovò rinchiuso in se stesso, nei propri ideali. Nelle proprie verità lontane. Inalando sigaretta da 20 centesimi, catrame da una vita, si trovò solo nella stanza illuminata poco, che chiamava propria. I ricordi rimbalzanti, denso intonaco, lo cullavano serenamente canticchiando la malinconia sui sedici noni di una carmina latino.
    Dicono che quando si è soli non vengano crisi di rabbia isteriche e risate folli. Beh questo è falso se non ti ritrovi in quel margine di normalità che si chiama "sanità".
    Non sentiranno le sue urla, strazianti silenzi del nulla, ma l'eco del suo dolore sarà la sola consolazione e la sua unica compagna.
    Aprì l'accendino con sarcasmo e studiò il meccanismo, contemplo l'essere meccanico che gli si parava di fronte. Lo trovò più interessante degli angoli oscuri e ricolmi di suono della vita. Aveva un odore, nausea petrolchimica. Lo accese e illuminò il buio sanguinante provocato dalla Luna, si mise a contemplare ciò che poteva offrirgli il niente.
    Un concentrato succoso ed unto di Malinconia bluastra. Indaco.
    La notte non era mai stata così brillante, la privazione di interesse cospargeva le stelle inquinate, che grazie alla noncuranza degli occhi, potevano permettersi di restare spoglie nella propria intimità. Si sentì un pervertito in un campo di nudisti al sole, con il solo difetto di essere tramortito e logorato da un senso di colpa nevritico. Bruciava.
     
    "Hai presente quella sensazione di paralisi?"
     
    Si è impotenza, lo pensava anche lui. Ma la via giusta non era nella rinuncia di azione e nello stallo. La soluzione si presentava limpida: il suicidio del Re nelle braccia di quella Torre bianca d'avorio che troppo veloce bracca la tua coscienza. Il Re nero isolato non ha mosse, il bianco scacca sempre in una. ed aspetta non ha fretta, ha tutte le tue mosse passate in memoria, e sa che non potrai inventartene di nuove, a meno di non agire contro l'istinto di autoconservazione e volontà di vittoria del giocatore.
    Aveva la forza di muovere, ma non poteva.
    Spense l'accendino, inghiottì l'alcol e si dimentico del gioco. Non aveva vinto, o la sconfitta o quel nulla intorno a se.
    June 02

    X Generation

    La nostra generazione?
    Siamo l'orrida escrescenza del XX secolo. Nati sensibilizzati da parenti e anziani sulla guerra, ora crediiamo che ci importi qualcosa della gente che muore. Andiamo in piazza a urlare cazzate contro la polizia fascista ed i giudici carcerieri. Solo e soltanto per emulazione. Siamo dei cloni abortiti e sopravvissuti, questa la sola nostra forza.
    Abbiamo visto cartoni animati in replica perchè prodotti quando le nostre capacità percetive erano quelle di una larva amniotica, ascoltato musica anni '70 perchè migliore della merda cacofonica degli anni '80.
    L'MtV Generation degli anni '90, che ha ascoltato il surrogato del punk, del pop e della dance oggi passa il tempo a dire "Odio i centri Sociali" oppure "Odio le Discoteche".
    SIamo la generazione che si è dovuta schierare da una parte o l'altra del fossato. Ricchi o maledettamente poveri. Radical chic e poveri logorati dall'invidia si mimetizzano da Dio. Chi ha provato a fottersene, additato come intellettuale e finita lì.
    Abbiamo creduto nella Democrazia, bacchetati dagli stessi nonni con la tessera fascista che oggi ci raccontano storie sui partigiani. Solo gli Alpini hanno il coraggio di ammettere, ma sono sempre ubriachi.
    Ci abbiamo creduto davvero, nonostante il mondo ci crollasse intorno una guerra dopo l'altra.
    Talmente cloni da non accorgerci che le nostro idee sono repliche in differita, che non hanno funzionato e non funzioneranno mai.
    Siamo quelli che hanno visto gli assassini delle BR essere acclamati come eroi, vederli scrivere e intervistare da dentro il carcere. Visto il marcio del mondo criminale finire dentro con la 42bis, senza capire che Falcone e Borsellino sono saltati in aria senza combinare un cazzo.
    Siamo infatti la generazione delle droghe da ricchi, belli fuori e marci dentro.
    SOno nate tutte con noi le vere droghe. Ci siamo persi LSD e HASHISH perchè non ancora nati. E via di Emulazione. Ci siamo persi Eroina e Crack perchè troppo piccoli. Abbiamo scoperto lo Special K, le metamfetamine, la cocaina e Il doping a livello internazionale. E ci hanno vietato tutto, perchè erano finalemnte delle vere droghe.
    Siamo la generazione che una volta nella vita vuole andare in olanda, per farsi rapinare, guardare una puttana in vetrina e fumarsi una canna. mangiare funghetti.
    Siamo i replicanti cybernetici di una cultura che sta andando a puttane, e riesce a rinennegare anche l'unica cosa buona: il proprio creato.
    Una sola cosa abbiamo cominciato a fare da soli: sputare sul creato di Dio, è il primo passo per il nostro futuro. Sartre aveva visto giusto, ma nessuno ascolta il presente, noi replichiamo sperando che qualcuno prima di noi abbia detto una puttanata migliore delle altre.
    May 18

    Addio al chiaro di Luna

     

    Cadrà dal cielo

    come lacrima di piombo

    quel giorno, rallento cristallo,

    in cui la luna non rifletterà più.


    Scivolerà in silenzio,

    nero e violento.

    Mi troverò solo

    a cercarti in una città senza stelle

    in un mare opaco

    di incertezze e ricordi.


    Rifletto negli occhi me stesso,

    quel me stesso di inconsistente

    riflesso di storia sepolta.


    Camminerò sulle nostre impronte

    coperte dal vento,

    polveri fini di assuefazione.

    Mi perderò sulla nostra via

    tra nausea ed ubriachezza.

    Alla luce di un lampione.


    Piangerà il Cielo

    le nostre musiche,

    risonanza emorragica,

    mi feriranno senza tregua,

    in un letto al buio

    divorato dall'assenza di sogni.


    Senza te non saprò camminare,

    senza direzione un sogno trasparente,

    mi brucerà il sangue

    sentirò evanescente e languida

    La scomparsa di noi.


    Non andartene,

    e se sarà,

    donami la tua ombra

    che mi parlerà

    di come un tempo brillavi per me.

    May 09

    Schieramenti affini

     


    Si. Gli uomini sono un parassita dell'universo. Succhiano, disfano, trangugiano e si dimenticano dei propri errori. Sono per essenza i migliori prolificatori del creato, i meno a rischio di estinzione.

    Ma la natura ha commesso un enorme errore, gigantesco. Signori miei, la natura ha sbagliato. L'evoluzione fallito, la selezione naturale ha agito troppo frettolosamente. Povera idiota. La contraddizione fondamentale dell'uomo, che nello stato di disagio trova la migliore forma di reazione di proliferazione, nel contrasto tra istinti e morale è nata la nevrosi. Ma la stessa malattia psicologica nasce per eliminare il secondo dei due contendenti, è una patologia transitoria dell'uomo moderno. Nulla più. E' stato il figlio della nevrosi e del vizio che ha portato l'uomo a rappresentare l'undicesima piaga. La fine dell'universo. E' nato il sentimento di fuga dalla realtà, la creazione dei mezzi e la stipulazione di teorie. Suicidio, psicotropia resa perfetta. Surrogati del sesso e della vita di coppia. Niente più che fuga inconscia, deleteria, logorante e mortale.

    Cominciate quindi a temere, fratelli miei, il collasso nevrotico ed isterico dell'essere umano che non si è evoluto. Temete i surrogati della realtà, perchè i bufali scappando lasciano tabula rasa dietro, terrore di fronte.”


    L'essere asessuato, biondo ed etereo, ripiegò le ali che aperte lo rendevano maestoso e potente. Chiuse il suo blocco di appunti e fluttuando lievemente per alcuni metri si sedette sulla propria poltroncina. Intorno al tavolo altri come lui stavano discutendo a voce sussurata sugli interventi fino a quel momento proprosti.

    Tutti seduti, drink nella mano e sigaretta tra le dita. Una pistola nel cassetto a casa.

    Il sottile desiderio di caduta. Di cambiare vita.

    Di bruciare le proprie ali all'inferno. Brucianti di desiderio conversavano. Senza accorgersi di nulla, con pistole invisibili puntate alle tempie.

    Red Lion


    Si svegliò. Stava albeggiando. Una mattina di Maggio troppo fredda e piovosa. Umida nelle ossa e scorbutica nell'offrire primi pensieri scaldati al microonde.

    Si strofinò gli occhi, più volte, le congiuntive infette gli incrostavano gli occhi come fossero ostriche poco cotte.

    Il mondo si presentò in tutta la sua scortese apparenza. Nessuno intorno, odore di pioggia e smog in un valzer nauseante, la schiena mugolante e le mani contratte dal fredo della notte.

    L'uomo si alzò in piedi. La figura si mostrava nella contraddizione di maestà e miseria, intelligenza della cornea e trascuratezza dell'essere. Brillava di ombre, di alcolismo e cultura, tabagismo e poeticità. Un laureato portato in misria dal fallimento della new economy e da una rapina senza assicurazione.

    Si aggirava come un ombra da una panetteria all'altra, chiedendo una pagnotta. Raccolte 10 pagnotte con estrema facilità data la sua gentilezza e il buon nome che si era conquistato nel quartiere per la qualità della sua erba.

    Un papavero appassito dal lungo stelo, pendeva rosa salmone dal suo cappotto di velluto. Era l'ultimo ricordo di un'altra vita, percepita ancor più amara della povertà e della fame. Il fallimento della morte.

    Dalla parte opposta nella tasca un diamante. Un diamante rosso. Red Lion.

    Nessuna spiegazione, lo aveva in tasca, autenticato e dimenticato. Un' immensa ricchezza senza spiegazione. Nessuno era a conoscenza di questo piccolo e cristallino segreto, egli stesso non ricordava dove e come fosse precipitato nella sua tasca.

    La fortuna non ha spiegazioni, eventi che si annidano dietro il velo della ragione e se taglienti abbastanza, lacerano la realtà. Il positivo ed il negativo sono poi realtà amanti, quindi nessuno le disturba nel loro accoppiarsi.

    Forse la consapevolezza di essere molto più ricco di coloro che gli facevano elemosina, forse la loro pietà, lo costringevano in una prigione di egocentrismo e voglia di beffa dalla quale la considerazione personale non voleva farlo uscire.

    Se ne stava così. Povero ed umiliato dalla pietà dei centesimi, dai visi induriti della gente incravattata, si sdraiò sul marciapiede/casa su cui dormiva. Prese un cartone e ci scrisse


    Sono molto più ricco di voi, datemi i vostri soldi perchè così non appaio, perfido sono senza timore lo affermo. Se credi di essere più ricco e migliore di me, lascia una moneta, regnerai nella beneficienza di un paradiso divino”


    La gente divertita dalla pazzia di questo clochard lasciava copiose monete.

    Raggiunta una certa cifra, le cambaiva in banconote.

    Cambiava quartiere e donava alla chiesa i propri risparmi.


    Un cielo arancio marcio, una sera d'estate morì. Con la ricchezza del mondo in una tasca, legata dallo stelo di un papavero senza colore. Il bianco e nero nell'anima, ed il rosso sangue nei riflessi di un diamante.

    .

    E così l'uomo potrà scegliere se l'inferno o il paradiso”

    Direzioni

     

    Vuoto, buoio, freddo.

    Un cerchio indaco

    tracciato nel silenzio

    mi separa dal giusto.

    Dal contesto fuggo

    sudato di lacrime

    e pioggia.


    Vorrei respirare oltre

    la cassa toracica,

    goccie di violini,

    traffito da contraddizioni.

    Prendono vita

    se definite.

    Giallo infetto

    di speranza molle.


    Godo, cado, affogo.

    Il mondo crolla

    ossidato dalle proprie

    urla. Freme il

    cielo in cerca del

    vento.

    Seconde notti di nozze

     

    Morbdo e soffisce si apre il desiderio,

    squarcio nel silenzio di abitudine,

    di sussurare parole al sonno

    all'orecchio del mio angelo.

    Creando sogni.


    Dio di realtà che estranee

    colerebbero, infintite di spasmi

    e felicità verde smeraldo.

    Al di fuori, insonne, ti guardo.


    Oltre piove, odio il freddo.


    Dormi piccola, sole e luce

    regalerò al tuo mondo

    sussurrando la mia forza.


    La violenza con cui

    saprei combattere

    per te. Solo per te.


    Il vincolo del snague

    lega la mia proiezione

    alla tua carnalità eterea.


    Solvente.

    April 26

    Parassita amniotico

    La memoria dell'individuo comincia a formarsi intorno ai 36 mesi di vita


    Entra nella carne invisibile e si annida tra le pieghe più nascoste. Un parassita, rosa lampone, succhia linfa vitale e ossigeno. Lentamente cresce e si stanzia silenzioso nel nuovo organismo, si adatta e si addormenta. Rode e corrode. Sanguisuga e parassita cerebrale insieme, succia e sconvolge. Un silenzio pesante in principio, cola sul tempo tagliando con lamine d'angoscia i pomeriggi. Ed il parassita cresce e deforma, distorce le vite e le integrità. Menti e corpi soffocati da tenia percepita.

    Si evolve e si completa, l'intruso che si osa chiamare simbiota. Lucente lo si indaga, in apnea di essere. Una volta sazio di dolori e nausee, fame atavica e pianti acidi, incosciamente rompe. Iscoia et isquatra le carni dell'ospitante ed esce autonomo, tra luci diafane, urla, sangue ed acciaio chirurgico.

    I genitori lo chiameranno figlio e lo ameranno come continuazione di loro stessi. Ma lui mangerà e li terrà svegli. Continuerà a mangiare, cannibale, la vita del suo padrone di casa.

    Burattinaia ubriaca la natura, calcola perfettamente i tempi: amore, tolleranza, sfogo del disprezzo, forza e rassegnazione. Tutti in ordine nel teatrino del macabro. Tutto inconsapevole nel palcoscenico della vita...


    Quale vittima metterebbe al mondo il proprio carnefice.

    Se non colui che carnefice è stato ma non può ricordare?”

    April 25

    Istantanee

    Una fredda mattina d'autunno. Una giovane madre tiene tra le braccia un bambino che non cresce come dovrebbe. Venticinque anni lei, diciotto mesi lui. Una gonna rossa, camicia di seta rosa, un maglioncino appoggiate sulle spalle ed un foulard al collo. Capelli biondi, lunghi, le gati in una sottilissima coda. Una tutina azzurra, un cappellino di lana giallo, guantini gialli. Tutto ricoperto da una copertina verde a fagotto. Tagliando l'aria che li abbraccia fluidi, camminano veloci verso lo studio.

    Un locale diafano, una segretaria di circa quarant'anni, fisico ben tenuto, lifting, rinoplastica e liposuzione a confondere il tutto. Musica ambient. Sono i primi a poter entrare dal medico-carnefice. Non si può mai cercare una diagnosi e trovare un vangelo.

    Uno studio piccolo e disadorno, una scrivania di plastica verde ematoma, un lettino di alluminio, diversi armadietti e il medico. Sessantanni, nessun capello mancante, “bianco per antico pelo” a confondersi con la parete. Barba incolta e un velo di malinconia negli occhi. “Dottore lei si è bruciato le ali a forza di vedere piccoli angeli precipitare”. Così dice lo psicanalista.

    Tutti accomodati a guardarsi negli occhi. Gli esami hanno colpito il besaglio.La tensione palpabile, nei pochi centimetri che separano Madre-figlio e il medico, fa vibrare lievemente le lancette di un orologio da tavolo senza il vetro.

    • Problemi di alimentazione?

    • No signora.

    • Assimila male le proteine? E' ciliaco? Insomma dottore non mi faccia aspettare oltre, cos'ha? Sembra che il tempo per lui non passi mai!

    • Sindrome da invecchiamento precoce.

    Il suono di sentenza brucia l'aria intorno a se. Il filo sopra la testa di Damocle si spezza, la spada colpisce senza uccidere. Paure e speranze svaniscono, rimane solo il dolore.

    Il tempo per le ghiandole endocrine del fagottino passa due volte più velocemente. La crescita ne risulta corrotta, l'aspetto lo renderà irriconoscibile. Uno su otto milioni. “Le cifre rendono tutto più asettico” si difende il medico contro se stesso.

    • Ogni uomo è una candela, la fiamma brucia lo stoppino, la cera la rallenta, si sciolglie e cola via, irraggiuingibile. Non è la lunghezza dello stoppino, ma la quantità di cera. Se la vita è la risposta s'intende. Il piccolo è una candela sottile ed affamata, nessuno potrà donargli della propria cera. Ma intorno a ogniuno di noi c'è il grande cerchio dei piaceri. Centinaia di candele poste in circolo capaci di far risplendere una vita come mille altre. Ma il calore di queste affievolisce quella centrale. E suo figlio in questo non ha problemi. Troppo sottile per essere raggiunto. Potrà ardere cento volte più intensamente.

    • Cosa cerca di dirmi?

    • Ogni azione è una scommessa del proprio presente contro il futuro. Azzardiamo. Mutuo, pensione, sanità, tasse. Suo figlio ha il doppio delle nostre speranze di vincere ogni scommessa.

    Le lacrime rigarono il volto, bagnarono le mani. Un mosca solletica il bambino che si mette a ridere. Il medico in silenzio guarda la contraddizione. E riflette su quando prenotare la prossima seduta.


    Il dolore di una madre alla morte del proprio figlio affoga tutta la mia filosofia, rendendola misera” J.P. Sartre.


    April 13

    Cerebrospinale

     

    L'uomo che vive nell'attesa della morte, muore ogni attimo, lo vive nel dolore lento di un tropore sussurrato. Ed è cosi facendo che la fine, un giorno, giungerà aspettata e rallentata dal male fischioso e denso, blu voragine. Per chi sa di dover cadere, il problema sta nella caduta e non nell'atterraggio.


    In questo modo vivono gli afflitti da cefalee a grappolo, emicranie e nevriti. Sono colore che danno corpo alla malattia prima che venga, la alimentano. Quando arriva appare come una continuazione del giorno precedente. Cola a picco la follia nell'inferno di parole.


    Le cefalee colpiscono dolcemente, si avvicinano a piadi scalzi, silenziose come felini, quasi per non disturbare. Il pietoso carnefice scalda l'acqua prima di affogare i gattini.Attanagliano dal collo alla fronte, stingendo con le forti braccia proprio sopra le orecchie. I peniseri fuggono impauriti, aria viziata, lasciando dietro di se un nulla di terrosa assenza. Non si può vivere, ogni respiro gonfia la testa contro la rete metallica ed accuminata della malattia, stride e frammenta il dolore dall'interno.

    Immobilità, il passo tuona e brucia dentro. Terremoto cerebrale. Nulla più che un felbile aroma di morte e follia, in danza ubriaca.


    L'emicrani ricorda invece un chirurgo nevrastenico. Colpisce ad intervalli, un preciso emisfero, senza logica. Destro, sinistro, sinistro, destro e poi ancora. Fino a qui tutto bene. Solo un occhio si chiude e si annebbia, solo un orecchio si assorda e cancella il mondo. Una mano tra i capelli, scarnifica il dolore. Affilata e rovente, proiettile verde, 50 punti alla ghiandola pineale. Centro. E poi cala, la spada dell'averno, del Damocle ormai defunto, sotto il peso della lama.


    Una voce dell'isterica Cassandra, urla folle il giorno prima. Sistema in avaria.


    Le nevralgie sono metodiche. Prendono un punto, piromani, e danni fuoco. Impulsi elettrici alimentano la pira piazzata sul nervo, e ventose trasportano i lapilli. Seguono la strada di benzina che il signor Iddio già donato. Trigemino. Occhio, orecchio ed è l'inferno. Sopraccigliare, occhio e fronte obbietivo dei canader invisibili, che la mente vorrebbe ma non trova.

    Strappo rosso incantato. Brucia e tira il nervo da dentro a fuori, oltre i limiti del corpo. Nello spazio al di la della solitudine silente.


    Un fiume di whiskey scorre dolciastro e abbondante lontano, la brezza ne porta gli effluvi al malato.

    Che tra vomito e convulsioni, legge una poesia gelosa. Tutti vorrebbero avere il privilegio della mente, ma la malattia ne risulta vittoriosa. Ha già corroso il malato, lo ha cambiato, ne ha divorato volontà e speranza. Lo ha rinchiuso in se stessa. Ogni fitta stupra piensieri, violenta anima e strappa il corpo. Lo spirito è volato via già da tempo, codardo e poco fiducioso.


    Il carnefice pietoso affila la lama, non lascia in vita la vittima.

    L'uomo fa il carnefice, ma non lo è.

    L'uomo è vittima ed è costretto a farlo.

    Questo è solo quello che faccio...