bebo's profileLa realtà D'ombraPhotosBlogLists Tools Help

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    June 29

    La Scelta

    Dicono sia grave. Si “grave” è la parola corretta. Appunto, vedere tutto intorno a te, mettiamo ad una grande festa incravattata, l'alcol che scorre negli esofagi bruciati della gente, senza scopo.

    Dicono non sia normale, avere un giudizio sempre diverso dalle persone con cui conversi. A volte credo che anche lo stesso Gaia che bevo come loro, abbia per me un sapore diverso. Sarà forse perché è il quarto tappo che sfilo. Non saprei, in fondo tutto è singolare dopo più di un litro di vino.

    Strappo.

    I medici concordano sul fatto che sia patologico. Probabilmente “patologico” è una parola abusata. Dicevo, perdere coscienza per alcuni attimi e ritrovarsi in circostanze diverse dall'ultimo ricordo. La sigaretta che fumo ricorda piacevolmente le note del cacao, sicuramente messo come additivo per rendere la dipendenza più veloce. Una ragazza in un lungo abito rosso mi si avvicina, sguardo preparato allo specchio per ore, trucco pesante ma ben definito, passo probabilmente perfezionato alla scuola per modelle.

    Penso sia banale. Si “banale” è una parola il cui uso si addice bene a chi crede di sapere molto. Per l'appunto, sfruttare tecniche studiate per conquistare un uomo. Mi chiede da accendere. Non so chi mi abbia acceso la sigaretta e le chiedo quale fosse il motivo per cui fosse venuta da me per dare fuoco alla sua Muratti. Sorride, due battiti di ciglia standard, e risponde che avrebbe voluto fare due chiacchiere con me. “Due chiacchiere” è un espressione che odio. In più è perfetta, leggermente ebbra e odora di sigaretta. Ha un piccolo neo sopra il labbro, sulla destra. Probabilmente un melanoma data la forma, il colore, l'asimmetria e l'estensione. Ma non dico nulla, non vorrei preoccuparla. Ha lunghi capelli biondi raccolti in una coda, dall'alto. Le bionde sono più a rischio di tumori della pelle. Ma sto zitto, non vorrei preoccuparla.

    Bene dunque, parliamo. Mi chiede come sta la mia ragazza, un po' sfacciata ma esce dai canoni di avvicinamento, mi piace. Rispondo che se ne avessi una sarei a casa con lei, davanti ad un film, con i cartoni di pizza aperti sul tappetto, un bicchiere di porto in mano e il gatto accoccolato sulle nostre gambe intrecciate.

    Strappo.

    Penso che sia noioso. “Noioso” è sicuramente errato, ma è fastidioso. Ecco “Fastidioso”. Dunque, trovarsi in una situazione in cui non vorresti essere e sapere che qualcosa ti ha condizionato a tal punto da cambiare la tua volontà. Non poter sapere cosa mi abbia detto per portarmi in camera, avermi fatto togliere i pantaloni e averle permesso di andare in bagno lasciandomi solo seduto sul letto senza capire. Ho i boxer strappati da un lato e la minzione che mi fa tremare le gambe. La porta si apre ed entra una ragazza in sottoveste bianco panna. Ha i capelli ricci lunghi fino al fianco, scuri. Nella penombra gli occhi sembrano verdi smeraldo, ma di quelle pietre che valgono poco perchè non hanno luce. Occhi così non li avevo mai visti. Mi chiede se sono pronto, usando parole che userebbe una persona di cultura media da 1200 vocaboli conosciuti. Rispondo che dovrei andare un attimo ancora in bagno. Penso che “ancora” sia tutelante in queste situazioni. Sarebbe andato bene se fossi già andato a sciacquarmi o anche se dovessi andarci nonostante l'attesa. “Ancora”.

    Il bagno è di una brillantezza estrema, un pallore che richiama il latte congelato. Diafano. Cristalli di ghiaccio nel latte brillano come diamanti. “Diafano” è proprio l'aggettivo giusto per quel bagno. Sanitari imperial con rubinetteria e posa saponette in bronzo, piastrellatura del pavimento bianco uovo bollito, di quelle uova bollite che una volta sgusciate sembrano poter rimbalzare a terra e tornare in mano. Quello stesso bianco. Decorazione del soffitto con tralci di Glicine viola. Come pensavo, i miei vestiti sono appesi a fianco della vasca, l'abitudine mi aiuta in queste situazioni di spaesamento.

    I vestiti sono quelli che ricordavo, camicia di seta bianca e gemelli d'oro con turchese. Abito nero di Valentino, cravatta regimental rossa e nera. Cartier d'acciaio nella tasca destra. Tutto in ordine, per lo meno non ero fuori di me. Dolore alla mano sinistra.

    Quando un dolore si rivela e ti accorgi solo allora di stare sanguinando o di avere un brutto livido, sei sicuramente appena uscito da uno shock, da uno stato di forte concentrazione o trance. Oppure hai dei vuoti nella memoria a breve termine causati dall'abuso di solventi per vernice. Mascherina. E' il primo rimorso che mi trafigge in questi casi.

    Una probabile incrinazione al metatarso. Ematoma, escoriazione. Tutte parole che suonano laceranti quando si tratta probabilmente di un urto, un impatto sullo zigomo di qualche borghese costantemente tutelato da avvocato.

    Mi guardo allo specchio per accertarmi di avere avuto la meglio. Perfetto penso. Pensando che “perfetto” sia la maniera migliore per definire qualcosa che sia rimasto al suo stato originario. In fondo ogni volta che mi guardo è come riscoprire un monumento storico celato per secoli, non si ha idea di come si sia conservato. Fior di conio. Sul pollice ho un ombra di rossetto. Nulla di speciale, chi non adora accarezzare le labbra di una donna?

    Flash.

    Mi accendo la sigaretta con uno Zippo A-I, collezione Venezia del '62. Esco in terrazzo ed osservo il sistema di individui aggregati ad una festa. Rido di me e di loro.

    A volte soffermandosi a pensare sul passato capiamo cosa avremmo potuto fare, o perché abbiamo agito in quella determinata maniera. Risaliamo dall'istinto alla mancanza di libertà e capiamo che in fondo, non c'era più di un'opzione.

    Ho imparato a fidarmi di me stesso e quindi accetto le situazioni in cui mi vengo a trovare senza capirne il motivo senza troppa difficoltà. Mi lavo la mano dal sangue ormai coagulato, che tinge il lavandino di rosso lampone. Insapono collo e viso, detergo zona ano-genitale. Ovviamente dopo aver espulso i 2 litri di vino appena ingurgitati. La consecutio temporum delle azioni si perde facilmente per chi soffre del mio problema.

    Torno in camera sperando che questa ragazza mi piaccia. Lei è sdraiata, le gambe incrociate, le mani dietro la nuca. Mi guarda incuriosita. Continuando a guardarmi, prende un bicchiere di vino rosso dal comodino e si bagna le labbra. Non porta il rossetto. Si sistema i capelli seguendomi con lo sguardo mentre mi metto a sedere al suo fianco. Sangue nel lavandino. Le appoggio una mano sullo stomaco. La seta si poggia delicatamente sui piccoli addominali scolpiti, rivestendola come una colata di marmo liquido su un addome michelangiolesco. Mi appoggia le dita affusolate sulla coscia nuda, ha la pelle morbida e ancora umida di crema. Mi chiama per nome, con quel tono sussurrato caldo, che mi ricorda la buona notte di mia madre. Complesso di Edipo. Mi dice di andare a dormire, che non siamo più dei bambini. Che prima scherzava ovviamente, ma in effetti non avrebbe dovuto.

    Flash

    Spengo una sigaretta in un prato verde. Piccole margherite e narcisi colorano il tutto. L'aria è fredda sul petto. Poco distante c'è una ragazza che dorme, un bel corpo asciutto, non più bambina non ancora donna. Nuda, i capelli abbracciano l'erba. Siamo appena stati insieme. Ho un certo senso di angoscia e soddisfazione.

    Porca troia penso sillabando sulle labbra. “Porca troia” è una bella esclamazione, dura tra le “r” la “t” e la “c”. “Interiezione” forse è il termine giusto. La ragazza è mia sorella, non la vedevo da 6 anni. Cresciuta bene la sorellina. Le accarezzo i capelli e le dico di non avere avuto l'intenzione. Le sussurro che mi è mancata e di dormire dolcemente. Credevo fosse morta, meglio così. Stanotte so dove dormire.

    Mi alzo, la bacio sulla fronte. Ha la pelle calda e liscia. Mi stendo al suo fianco. Fa caldo, la testa gira, troppo vino. Mi addormento velocemente.

    Quando soffri di vuoti di memoria non hai mai la certezza di avere dormito veramente, al risveglio cerchi affannato tutti gli elementi che accertano che tu non ti sia mosso. Questo all'inizio almeno. Con gli anni impari, che tanto non cambierebbe nulla, sei responsabile in ogni caso di tutte le tue azioni, delitti od eroismi commessi durante la tua assenza.

    Mi sveglio sudato. “Madido” è un aggettivo abbastanza morbido da poter essere usato di primo mattino. Ho mal di testa e il sole fuori mi annebbia la vista. La bocca impastata e le gambe indolenzite. Penso che sarà una giornata di merda. Mi alzo dal letto, mi strofino gli occhi e guardo la camera. Un grosso letto matrimoniale di legno massello, scolpito con temi floreali nel centro. Due comodini Luigi XVI posti simmetricamente a lato. Un lume di plexiglas e acciaio su ognuno. Bell'accostamento del cazzo. Tappezzeria verde acqua sembra colare sul parquet di legno di ulivo. Penso che chiunque viva qua dentro abbia forse più soldi di me, forse mia sorella. Ho fame.

    Apro la porta della camera e percorro un lungo corridoio. I piedi nudi sul marmo mi ricordano le vacanze estive in Costa Azzurra. Il travertino non è male, ma questo è eccezionale. Seguo il rumore di stoviglie che nasce tre porte sulla sinistra. Cucina su misura azzurra, piastrelle blu notte, tavolo di cristallo ed un tipo incravattato che corre verso di me. Sta chiedendo al mondo se per caso sa chi cazzo io sia, urlando. L'avevo detto che sarebbe stata una giornata di merda.

    Corro fuori e cercando di sovrastare la sua rabbia da facocero impazzito, gli comunico che sono il fratello di mia sorella. Marie. Con tutto il cuore spero di ricordare il nome di mia sorella. A volte il solvente cancella anche la memoria volatile.

    Strappo.

    Ora mi chiedo se la mia memoria si prenda gioco di me, che in fondo il mio subconscio mi odi per il danno cerebrale causatogli. Sono seduto al tavolo di cristallo, una tazza di caffè e una brioches, la mano che tiene la tazza fa fottutamente male. Non è rotta ma ci manca poco, è talmente viola che sembra riflettere la cucina intorno. Il facocero è ora un ragazzo più giovane di me che mi parla mentre si prepara il caffè. Credo che si aggiri intorno ai 1500 vocaboli. Cogliendo il discorso da metà, intuisco che si deve trattare dell'uomo di mia sorella, che mi deve aver aggredito e che si scusa. Mi dice che la ama da impazzire e che vorrebbe un figlio da lei. Miele e insicurezza sono le prime parole che mi vengono in mente. Farebbe carte false per un figlio. Faccio che suggerirgli il trucco della sostituzione della pillola con blister simili. Ora scappa che deve andare al lavoro. Marie dovrebbe tornare per pranzo. Mi sembra teso. Continueremo la discussione alla sera. Ne dubito ma lo saluto. Finisco la colazione e mi accendo una sigaretta. Fa schifo ma sono dipendente. Mi infilo in bagno, spengo la Barclay nel cesso e mi infilo sotto la doccia. E' una di quelle docce in cui l'acqua calda non arriva mai e con le due manopole non è possibile giungere ad un compromesso tra caldo e freddo.

    Flash

    La ragazza è alterata. Le tremano le mani. Le braccia irrigidite tengono il drink. Mi guarda per qualche istante e come una bambina isterica dopo troppi caffè, mi rovescia il suo cosmopolitan in testa. Il ghiaccio è freddo tra i capelli, ma sono abbastanza veloce per evitare che mi macchi la camicia. Mi si spegne la sigaretta. Rabbia è ora come ora la parola corretta. Ira è qualcosa di più teatrale. Scrollo i capelli e la guardo, i suoi insulti mi arrivano lenti ed ovattati. Non si aspetta nessuna reazione dal mio sorriso. Le regalo uno schiaffo sulla bocca, per farla tacere. Loreal Red Passion sul pollice. Mi guarda spaventata mentre intorno la gente non si è accorta di nulla. Grida con le gengive leggermente arrossate dal sangue. Le lascio cadere un bel pugno sotto il naso, abbastanza forte da farla volare indietro, non abbastanza da spaccarle i denti. Mi taglio la mano.

    A volte sono proprio un bastardo. Ma l'acqua tiepida scrosta il rimorso e alleggerisce l'emicrania. Bevo un po' dell'acqua che mi scivola dagli occhi. Cloro puro, siamo ancora in città per fortuna.

    Esco dal bagno senza asciugarmi, in cerca di vestiti. Le impronte che mi lascio dietro si riducono ad ogni passo. Sembra che la doccia sia uno di quegli eventi che segnano la tua vita agli occhi degli altri e più passa il tempo più ciò che fai si affievolisce, facendoti cadere in tutta la banalità del genere umano. Sono gli atti al di sopra del comune che accrescono la nostra immagine, bene e male sono privi d'importanza per la scalata. Insomma, bisogna farsi la doccia più spesso credo.

    Immagine” parola troppo complicata per essere imparata tra le prime. La più direttamente assimilabile sarebbe “male” ma chissà perché è sempre la parola “mamma” ad avere la meglio. Egotismo nero. Rientro in camera e comincio a frugare i cassetti per trovare abiti da uomo. Calze e mutande trovate. Grandi le calze e piccole le mutande. Strano pensavo che la lunghezza dei piedi fosse in proporzione. Bermuda e una camicia di cotone. Perfetto. “Perfetto” nel senso di trovare ciò che cerchi nella maniera in cui te la immagini. Potrebbe essere addirittura meglio ma a quel punto la situazione sarebbe “straordinaria”.

    Torno in bagno per recuperare quello che è rimasto nel vestito. Orologio al polso. Zippo nella tasca anteriore sinistra. Chiavi della macchina anteriore destra. Mi chiedo in che condizioni sarà la mia Mercedes 300SL del '54. Infilo il portafoglio nella tasca posteriore. Un cartellino mi blocca il passaggio. E' un biglietto da visita di un certo Ferdinand Rossetti. Credo che gli Italoamericani siano una specie homo più evoluta. Ripasso mentalmente l'evoluzione dell'homo sapiens partendo dall'australopitechus. Arrivando all'homo italoamericanus. Le figure del libro si sono incollate nella corteccia come insetti. Carta moschicida. Ferdinand Rossetti avv. Associati.

    Flash.

    Dice di chiamarsi Ferdinand. Fa l'avvocato e sta con mia sorella da 2 anni. Dice che si vogliono sposare. Sposarsi è dire di sì ad un'emozione per ucciderla. Abituarsi alla vita. Credo che un giorno mi sposerò. In fondo se conosci dove si nasconde l'errore puoi comodamente aggirarlo.

    Dicono che il mondo avrà sempre bisogno di avvocati. Il mondo sarà sempre pieno di individualismo e ai deboli non piace. Gli avvocati non sono altro che la classe militare di oggi. La legge è la lancia. Chi la maneggia meglio vince soldi. La donzella in premio al torneo. “Medioevo” credo sia la parola più corretta. Storiografia.

    Strappo.

    Ho la cornetta del telefono in mano. Una di quelle cornette di alluminio e avorio anni '60 che ti avvolgono la faccia mentre parli. Una voce femminile mi comunica gentilmente che l'appuntamento per stasera è confermato alle 20. Non sono un tipo puntuale, ma non sopporto che gli altri non lo siano. Dietro la parola “puntuale” si nasconde un concetto interessante. Un punto nello spazio e nel tempo, 4 dimensioni che indicano un solo incontro. “Affascinante” è la parola più corretta. Non sono puntuale soprattutto quando non conosco il dove, il quando, il chi e il perché di un incontro.

    La porta di ingresso si è aperta. Mia sorella saluta chiamandomi per nome, rumore di sacchetti contro l'anta. La porta si richiude.

    Ho letto che è snervante. “Snervante” rende esattamente l'idea di nervi in tensione che vengono erosi. Si, attendere qualcosa che si deve verificare ma non si ha la certezza del quando. La porta appunto. O la morte. Credo che l'idea migliore di sempre sia andare verso la porta e chiuderla da sé. Agire.

    Marie, il nome è ormai accertato, mi si para di fronte sorridente, luminosa con la spesa in grandi sacchetti di nylon. Deve essere per lei una di quelle mattine gioiose. Mi dice che oggi festeggia con il suo ragazzo il loro fidanzamento. Ferdinand lo conosco, credo abbia cercato di rompermi la faccia. Le dico che avrebbe potuto avvisarlo della mia comparsata. Mi guarda divertita, con un sorriso di plastica. Falsità deformante. Stasera andrà a mangiare fuori appunto. Mi chiede se per caso io voglia rimanere da lei per qualche giorno, finché le cose non si saranno sistemate.

    Flash.

    Il tizio incravattato mi prende per la mano dolente. La fitta di dolore mi brucia fino alla spalla. Gli ripeto che sono il fratello di Marie, che stanotte ho dormito con lei. Uno strano rimorso mi prende lo stomaco e lo arrovoglia. Dicono che sia un “trauma infantile”. “Negazione” per gli psicologi. Ho i documenti in bagno, può controllare se vuole. Tenendomi stretto per il polso apre il cellulare e chiama. Chiede chi cazzo io sia. Annuisce per pochi secondi e mi lascia il polso. Chiude la telefonata con un un altro cazzo. Comincia a scusarsi. So che andrà avanti per ore, mi verrebbe quasi voglia di spiegargli il concetto di “formazione reattiva”. Ma non gli interesserebbe, ha l'aria da avvocato. Abito nero e camicia bianca per andare in ufficio e non ad un funerale. Strane abitudini dei giuristi.

    Dovrei semplificare la mia esistenza. Ridurla ad uno stato larvale ed istintivo. Questa disfunzione mi sta uccidendo, mi sembra di vivere in un film di Tarantino. Senza però la possibilità di prendere appunti e di tornare indietro quando ho bisogno di ricapitolare. Non potrò mai raggiungere uno stato sufficiente di autocoscienza tale da relazionarmi decentemente con il sistema. La percezione che ho di me stesso è talmente imprecisa che la mia verità è una stronzata.

    Rispondo che va bene, ma che non vorrei disturbare. Aspetto la sua frase di circostanza che arriva bruciante. Le chiedo se posso accendermi una sigaretta, per mantenere la conversazione il più formale possibile. Mi chiedo come faccia a fidarsi di una persona che non vede da cosi tanto tempo. Le persone cambiano mutano. Vuole sapere di me. Di cosa ho fatto in questi anni, come se ciò che ho fatto rispecchi ciò che sono. Le dico che sono riuscito a sfondare. “Sfondare” è una parola eccezionale per rendere l'idea. Ho sfondato il velo di banalità e mediocrità che avvolge il nostro sistema. Ho superato il buonismo. Continuo raccontandole di come la GAM abbia notato i miei dipinti e le mie opere di polietilene. Di come io abbia fatto successo con i miei pezzi più ignobili e privi di stile. E' orgogliosa di me. In realtà è orgogliosa di quello che faccio. Ho sentito che amano ciò che stai facendo. E' chiaro. Quando le donne ti amano mentre stai scopando. Confine invisibile.

    Strappo.

    Con gli anni ho capito che ho difficoltà a ricordare i momenti successivi a riflessioni o momenti particolarmente emotivi. Dovrei smettere di pensare e agire. Chiudere la porta insomma.

    Deve essere già sera, la luce cola pallida attraverso le mantovane del salotto. Ferdinand ha appena finito di scusarsi con Marie nell'altra stanza. Stasera non potrà uscire con lei. Un cliente molto importante lo ha invitato a cena per le 20, sarà il processo della vita. Diventerà celebre. Un atto al di sopra del comune, sfondare la mediocrità. Una doccia o troppo fredda o troppo calda. Viene da me per salutarmi. E' affranto del fatto che non possa continuare la conversazione di oggi. Mi promette che parleremo domani. Gli auguro una buona serata. Ma ne dubito.

    Esce di fretta, fermandosi un attimo nell'ingresso a pettinarsi. Si dice che derivi dall'insicurezza.. “Insicurezza” non è assolutamente corretto. Evidentemente, la vanità dell'uomo moderno. Per me è il culto del bello. Per Ferdinand è omologazione.

    Mia sorella è in camera. Piange. Mi avvicino a lei e l'abbraccio. Odora di fiori e frutta, i capelli sono umidi e profumano di vaniglia. Il dessert è l'ultimo piatto della cena. Devo avere già mangiato.

    Cerco di tranquillizzarla con frasi da fratello maggiore, tralasciando alcune parti fraintendibili nel caso. Le accarezzo i capelli. Piange perché crede che l'avvocato le abbia mentito. Crede che abbia un'amante. Ne dubito. Una scopata non è un evento eccezionale. Anche se di norma ci si infila sotto la doccia. Prima, dopo o durante. Consuetudine è una parola buona. Non mi ascolta, la bacio sulla tempia.

    Mia sorella ha smesso d'un tratto di singhiozzare. Deve avere avuto un ricordo tagliente, e credo anche di sapere quale. Mi guarda per un istante con i suoi occhi di giada. Una giada invecchiata, scura ma brillante di lacrime. Non avevo mai visto occhi così.

    Mi chiede di baciarla.

    Strappo.

    Mi odio. “Odio” è una parola troppo forte per accordarsi con l'autoconservazione. Diciamo che detesto la mia malattia.

    Le sono dentro. Dalla consistenza credo di essere appena venuto. Ricordo un barlume di orgasmo. Mi accascio al fianco di mia sorella ancora mezzo vestito, deve essere stata una cosa istintiva e carnale. Filo diretto dal passato. Provo la sensazione che si percepisce quando si pensa alla propria morte, all'ultrapercettibile. Mi sento come se potessi contemplare l'infinito spaziale. Incesto terapeutico. L'istinto è una comoda difesa, giustifica tutto. In fondo tutto è istinto, pulsione e condizionamento. Impari a credere a questa mancanza di libertà, quando ti trovi in situazioni che credevi impossibili, avendole scelte ma senza ricordarsi i perché.

    Mia sorella mi dice che è stato bellissimo. Che non è stato un tradimento perché in fondo sono suo fratello, e che non mi potrebbe mai amare come ama Ferdinand. Si giustifica la sorellina. Mi chiede se la penso come lei. Le do ragione ma non aggiungo nulla. Dall'altra stanza suona il mio cellulare.

    Flash.

    Ho chiamato Frank. Frank è una di quelle persone che vivono da sole, senza parenti. Si godono la vita, pensando di poter morire da un momento all'altro. In realtà agisce come se fosse immortale. “Immortale” ha una connotazione metafisica a volte. Si aggira intorno agli 800 vocaboli conosciuti, ma questo non lo rende meno interessante. Gli dico che stasera alle 20 avrà un lavoro facile. Deve essere pulito, è un avvocato. Si deve vestire da autista. E portare Il signor Ferdinand Rossetti alla sua ultima udienza. Adoro il linguaggio in codice, permette di rendere simboliche molte più realtà.

    Al telefono è Frank, dice che è tutto a posto.

    Mia sorella sta sbraitando qualcosa riguardo alla sua pillola anticoncezionale.

    Sono proprio un bastardo. Ma in fondo non c'era più di un'opzione.




    June 09

    Il Re Nero

    Sorseggiando a piccoli sorsi del whisky demonizzato con acqua, si ritrovò rinchiuso in se stesso, nei propri ideali. Nelle proprie verità lontane. Inalando sigaretta da 20 centesimi, catrame da una vita, si trovò solo nella stanza illuminata poco, che chiamava propria. I ricordi rimbalzanti, denso intonaco, lo cullavano serenamente canticchiando la malinconia sui sedici noni di una carmina latino.
    Dicono che quando si è soli non vengano crisi di rabbia isteriche e risate folli. Beh questo è falso se non ti ritrovi in quel margine di normalità che si chiama "sanità".
    Non sentiranno le sue urla, strazianti silenzi del nulla, ma l'eco del suo dolore sarà la sola consolazione e la sua unica compagna.
    Aprì l'accendino con sarcasmo e studiò il meccanismo, contemplo l'essere meccanico che gli si parava di fronte. Lo trovò più interessante degli angoli oscuri e ricolmi di suono della vita. Aveva un odore, nausea petrolchimica. Lo accese e illuminò il buio sanguinante provocato dalla Luna, si mise a contemplare ciò che poteva offrirgli il niente.
    Un concentrato succoso ed unto di Malinconia bluastra. Indaco.
    La notte non era mai stata così brillante, la privazione di interesse cospargeva le stelle inquinate, che grazie alla noncuranza degli occhi, potevano permettersi di restare spoglie nella propria intimità. Si sentì un pervertito in un campo di nudisti al sole, con il solo difetto di essere tramortito e logorato da un senso di colpa nevritico. Bruciava.
     
    "Hai presente quella sensazione di paralisi?"
     
    Si è impotenza, lo pensava anche lui. Ma la via giusta non era nella rinuncia di azione e nello stallo. La soluzione si presentava limpida: il suicidio del Re nelle braccia di quella Torre bianca d'avorio che troppo veloce bracca la tua coscienza. Il Re nero isolato non ha mosse, il bianco scacca sempre in una. ed aspetta non ha fretta, ha tutte le tue mosse passate in memoria, e sa che non potrai inventartene di nuove, a meno di non agire contro l'istinto di autoconservazione e volontà di vittoria del giocatore.
    Aveva la forza di muovere, ma non poteva.
    Spense l'accendino, inghiottì l'alcol e si dimentico del gioco. Non aveva vinto, o la sconfitta o quel nulla intorno a se.
    June 02

    X Generation

    La nostra generazione?
    Siamo l'orrida escrescenza del XX secolo. Nati sensibilizzati da parenti e anziani sulla guerra, ora crediiamo che ci importi qualcosa della gente che muore. Andiamo in piazza a urlare cazzate contro la polizia fascista ed i giudici carcerieri. Solo e soltanto per emulazione. Siamo dei cloni abortiti e sopravvissuti, questa la sola nostra forza.
    Abbiamo visto cartoni animati in replica perchè prodotti quando le nostre capacità percetive erano quelle di una larva amniotica, ascoltato musica anni '70 perchè migliore della merda cacofonica degli anni '80.
    L'MtV Generation degli anni '90, che ha ascoltato il surrogato del punk, del pop e della dance oggi passa il tempo a dire "Odio i centri Sociali" oppure "Odio le Discoteche".
    SIamo la generazione che si è dovuta schierare da una parte o l'altra del fossato. Ricchi o maledettamente poveri. Radical chic e poveri logorati dall'invidia si mimetizzano da Dio. Chi ha provato a fottersene, additato come intellettuale e finita lì.
    Abbiamo creduto nella Democrazia, bacchetati dagli stessi nonni con la tessera fascista che oggi ci raccontano storie sui partigiani. Solo gli Alpini hanno il coraggio di ammettere, ma sono sempre ubriachi.
    Ci abbiamo creduto davvero, nonostante il mondo ci crollasse intorno una guerra dopo l'altra.
    Talmente cloni da non accorgerci che le nostro idee sono repliche in differita, che non hanno funzionato e non funzioneranno mai.
    Siamo quelli che hanno visto gli assassini delle BR essere acclamati come eroi, vederli scrivere e intervistare da dentro il carcere. Visto il marcio del mondo criminale finire dentro con la 42bis, senza capire che Falcone e Borsellino sono saltati in aria senza combinare un cazzo.
    Siamo infatti la generazione delle droghe da ricchi, belli fuori e marci dentro.
    SOno nate tutte con noi le vere droghe. Ci siamo persi LSD e HASHISH perchè non ancora nati. E via di Emulazione. Ci siamo persi Eroina e Crack perchè troppo piccoli. Abbiamo scoperto lo Special K, le metamfetamine, la cocaina e Il doping a livello internazionale. E ci hanno vietato tutto, perchè erano finalemnte delle vere droghe.
    Siamo la generazione che una volta nella vita vuole andare in olanda, per farsi rapinare, guardare una puttana in vetrina e fumarsi una canna. mangiare funghetti.
    Siamo i replicanti cybernetici di una cultura che sta andando a puttane, e riesce a rinennegare anche l'unica cosa buona: il proprio creato.
    Una sola cosa abbiamo cominciato a fare da soli: sputare sul creato di Dio, è il primo passo per il nostro futuro. Sartre aveva visto giusto, ma nessuno ascolta il presente, noi replichiamo sperando che qualcuno prima di noi abbia detto una puttanata migliore delle altre.