| bebo's profileLa realtà D'ombraPhotosBlogLists | Help |
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April 26 Parassita amniotico“La memoria dell'individuo comincia a formarsi intorno ai 36 mesi di vita” Entra nella carne invisibile e si annida tra le pieghe più nascoste. Un parassita, rosa lampone, succhia linfa vitale e ossigeno. Lentamente cresce e si stanzia silenzioso nel nuovo organismo, si adatta e si addormenta. Rode e corrode. Sanguisuga e parassita cerebrale insieme, succia e sconvolge. Un silenzio pesante in principio, cola sul tempo tagliando con lamine d'angoscia i pomeriggi. Ed il parassita cresce e deforma, distorce le vite e le integrità. Menti e corpi soffocati da tenia percepita. Si evolve e si completa, l'intruso che si osa chiamare simbiota. Lucente lo si indaga, in apnea di essere. Una volta sazio di dolori e nausee, fame atavica e pianti acidi, incosciamente rompe. Iscoia et isquatra le carni dell'ospitante ed esce autonomo, tra luci diafane, urla, sangue ed acciaio chirurgico. I genitori lo chiameranno figlio e lo ameranno come continuazione di loro stessi. Ma lui mangerà e li terrà svegli. Continuerà a mangiare, cannibale, la vita del suo padrone di casa. Burattinaia ubriaca la natura, calcola perfettamente i tempi: amore, tolleranza, sfogo del disprezzo, forza e rassegnazione. Tutti in ordine nel teatrino del macabro. Tutto inconsapevole nel palcoscenico della vita... “Quale vittima metterebbe al mondo il proprio carnefice. Se non colui che carnefice è stato ma non può ricordare?” April 25 IstantaneeUna fredda mattina d'autunno. Una giovane madre tiene tra le braccia un bambino che non cresce come dovrebbe. Venticinque anni lei, diciotto mesi lui. Una gonna rossa, camicia di seta rosa, un maglioncino appoggiate sulle spalle ed un foulard al collo. Capelli biondi, lunghi, le gati in una sottilissima coda. Una tutina azzurra, un cappellino di lana giallo, guantini gialli. Tutto ricoperto da una copertina verde a fagotto. Tagliando l'aria che li abbraccia fluidi, camminano veloci verso lo studio. Un locale diafano, una segretaria di circa quarant'anni, fisico ben tenuto, lifting, rinoplastica e liposuzione a confondere il tutto. Musica ambient. Sono i primi a poter entrare dal medico-carnefice. Non si può mai cercare una diagnosi e trovare un vangelo. Uno studio piccolo e disadorno, una scrivania di plastica verde ematoma, un lettino di alluminio, diversi armadietti e il medico. Sessantanni, nessun capello mancante, “bianco per antico pelo” a confondersi con la parete. Barba incolta e un velo di malinconia negli occhi. “Dottore lei si è bruciato le ali a forza di vedere piccoli angeli precipitare”. Così dice lo psicanalista. Tutti accomodati a guardarsi negli occhi. Gli esami hanno colpito il besaglio.La tensione palpabile, nei pochi centimetri che separano Madre-figlio e il medico, fa vibrare lievemente le lancette di un orologio da tavolo senza il vetro.
Il suono di sentenza brucia l'aria intorno a se. Il filo sopra la testa di Damocle si spezza, la spada colpisce senza uccidere. Paure e speranze svaniscono, rimane solo il dolore. Il tempo per le ghiandole endocrine del fagottino passa due volte più velocemente. La crescita ne risulta corrotta, l'aspetto lo renderà irriconoscibile. Uno su otto milioni. “Le cifre rendono tutto più asettico” si difende il medico contro se stesso.
Le lacrime rigarono il volto, bagnarono le mani. Un mosca solletica il bambino che si mette a ridere. Il medico in silenzio guarda la contraddizione. E riflette su quando prenotare la prossima seduta. “Il dolore di una madre alla morte del proprio figlio affoga tutta la mia filosofia, rendendola misera” J.P. Sartre. April 13 CerebrospinaleL'uomo che vive nell'attesa della morte, muore ogni attimo, lo vive nel dolore lento di un tropore sussurrato. Ed è cosi facendo che la fine, un giorno, giungerà aspettata e rallentata dal male fischioso e denso, blu voragine. Per chi sa di dover cadere, il problema sta nella caduta e non nell'atterraggio. In questo modo vivono gli afflitti da cefalee a grappolo, emicranie e nevriti. Sono colore che danno corpo alla malattia prima che venga, la alimentano. Quando arriva appare come una continuazione del giorno precedente. Cola a picco la follia nell'inferno di parole. Le cefalee colpiscono dolcemente, si avvicinano a piadi scalzi, silenziose come felini, quasi per non disturbare. Il pietoso carnefice scalda l'acqua prima di affogare i gattini.Attanagliano dal collo alla fronte, stingendo con le forti braccia proprio sopra le orecchie. I peniseri fuggono impauriti, aria viziata, lasciando dietro di se un nulla di terrosa assenza. Non si può vivere, ogni respiro gonfia la testa contro la rete metallica ed accuminata della malattia, stride e frammenta il dolore dall'interno. Immobilità, il passo tuona e brucia dentro. Terremoto cerebrale. Nulla più che un felbile aroma di morte e follia, in danza ubriaca. L'emicrani ricorda invece un chirurgo nevrastenico. Colpisce ad intervalli, un preciso emisfero, senza logica. Destro, sinistro, sinistro, destro e poi ancora. Fino a qui tutto bene. Solo un occhio si chiude e si annebbia, solo un orecchio si assorda e cancella il mondo. Una mano tra i capelli, scarnifica il dolore. Affilata e rovente, proiettile verde, 50 punti alla ghiandola pineale. Centro. E poi cala, la spada dell'averno, del Damocle ormai defunto, sotto il peso della lama. Una voce dell'isterica Cassandra, urla folle il giorno prima. Sistema in avaria. Le nevralgie sono metodiche. Prendono un punto, piromani, e danni fuoco. Impulsi elettrici alimentano la pira piazzata sul nervo, e ventose trasportano i lapilli. Seguono la strada di benzina che il signor Iddio già donato. Trigemino. Occhio, orecchio ed è l'inferno. Sopraccigliare, occhio e fronte obbietivo dei canader invisibili, che la mente vorrebbe ma non trova. Strappo rosso incantato. Brucia e tira il nervo da dentro a fuori, oltre i limiti del corpo. Nello spazio al di la della solitudine silente. Un fiume di whiskey scorre dolciastro e abbondante lontano, la brezza ne porta gli effluvi al malato. Che tra vomito e convulsioni, legge una poesia gelosa. Tutti vorrebbero avere il privilegio della mente, ma la malattia ne risulta vittoriosa. Ha già corroso il malato, lo ha cambiato, ne ha divorato volontà e speranza. Lo ha rinchiuso in se stessa. Ogni fitta stupra piensieri, violenta anima e strappa il corpo. Lo spirito è volato via già da tempo, codardo e poco fiducioso. Il carnefice pietoso affila la lama, non lascia in vita la vittima. L'uomo fa il carnefice, ma non lo è. L'uomo è vittima ed è costretto a farlo. Questo è solo quello che faccio... FerormoniSfilano facce scure, livido blu, in un'oscurità di privazione ed oblio. Condensa si alcol e sudore cola sudicia sulle colonne di cemento freddo. Ma nessuno è in grado di accorgersi del misfatto, occhi spenti e orecchie gonfie di suono elettrico onnipresente. Due razze abitano di carne questo luogo: Vagine dai capelli lunghi, svuotate da un invidia del pene atavica, in costante ricerca di un supporto fallico per supportare il proprio ego oleoso nel confronto con le altre vagine, con se stesse. In cerca di una via di fuga da una dimenticanza ben più scura, al di fuori di qua. In cerca fremente della seconda specie: Peni immemori, scrutano il buoio per identificare vagine che li definiscano “uomini”, che li fortifichino in un'erezione spontanea, perchè rilassati si sentono troppo piccoli nell'assenza di pensieri, vuoto. Rinchiusi dentro gabbie separate, chiamate buon costume, corrodono le sbarre con etanolo schizzato in vena, con frenesia isterica cercano il loro opposto. E si infiocchettano di accessori luccicanti ed iridescenti, che nei limiti dell'educazione e dei foglietti nel portafoglio, colpiscono e seducono gli occhi spenti delle allodole distorte. In questo vuoto siderale, pelle d'oca, sudore e alcol, gli antagonisti si incontrano e scontrano, ma nella loro volontà di trasgressione, sanno di essere in gabbia e nulla, nell'ignoranza, li potrà mai portare oltre al limite. E al limite, un sorrogato conosciuto, legittimo e soffice, capace di aleggiare tra i giudizi traslucido ed incorporeo. Forma gassosa dell'amplesso. Così si incontano le carni accessoriate, si scontrano ma non dove istinto e volontà li avrebbero portati. Penetrazione ruvida e marcia di lingue, saliva torbida nel fumo corpuscolare di sigaretta spenta in zucchero alcolico di cocktail fruttato. Deflagrazione nella continuità delle coscienze, nella penetrazione di una lingua nell'altra, strappi di uomini emorragici, danzanti su gocce di dolore e antichi ricordi. |
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