bebo's profileLa realtà D'ombraPhotosBlogLists Tools Help

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    October 26

    Tomoe

    Non avere paura dell'odio. Buio bevi con me, questa notte di rivelazioni.
    Non puoi veramente amare. Non puoi conoscere l'opposto, se nel profondo non repelli te stesso. tumore.
    Non servono gli immuno soppressori questa volta, sei imperfetto non puoi amarti.
    Cerchi nell'altro il vuoto in te, ma non si colma. La masturbazione è il surrogato della ricerca.
    Devi preferire la notte al giorno. Le stelle cercano la loro uscita spingendosi all'equilibrio.
    Dalla luce sgorgano le ombre, annidate, vermi, nella perfezione estetica.
    Così, passi zoppi e illusori, l'odio riflesso, il buio nascosto, sommandosi fa luce imperfetta.
    Ma l'orbo è re nella terra dei ciechi.
    Non puoi amare l'odio, ne odiare l'amore, non devi temerli, perchè sono necessari.
    Odi ipse me.
    October 22

    Deodoranti

    Folgorati dai colori acciecanti del Dio maldestro,
    vedevano i corpi al kilo dentro i letti umidi, senza spirito.
    Li vedevano dormire, gli occhi bagnati di lacrime e i capelli liquidi espansi all'universo di notte.
    Le stelle bussavano alle loro finestre,
    sogghignando incredule dell'estraneità di quella stanza.
    Alice Lisergica nel mondo della malinconia.
    Gli odori erano scomparsi dal loro mondo,
    seguiti dai suoni ciechi. Solo le parole degli amanti.
    La folgorante eco dei corni da guerra, alla nascita e alla morte della tragedia.
    Il bianconiglio nascosto tra le ombre dell'abbraccio, strusciava il muso umido, per trascinare le emozioni dall'altro lato del riflesso.
    Ed ancora a rituffarsi nel futuro,
    invadente come il cielo, eccitante come la terra.
    Strappano il passato, ed inceneriscono il presente
    perchè la morte è necessaria.
    Si illudono e muoiono ogni attimo, ad ogni passo di valzer,
    la danza macabra delle marionette.
    Svegliati al mattino, rinfrancati dal reset mentale, dall'oblio del nuovo giorno.
    Non si alzerebbero altrimenti.
    Morfeo, killer professionista.
    Trapassano ogni sera, dimenticano all'alba.
    E ricominciano a marcire.
    Il deodorante della vita non è mai abbastanza efficacie, per arrivare fino a sera.
     
     
    October 20

    Acid Life

     

    La Basilica superiore di Assisi era uno di quei luoghi che mi avevano detto di visitare. Assolutamente. Durante la funzione, la voce del sacerdote mi giungeva forte e tonante, quasi ampliata dalle mille bocche affrescate ai lati della navata. Giotto sarà stato un grande pittore, ma avrei preferito la prospettiva ai cerchi perfetti tracciati a mano libera. Le persone ascoltavano, recitavano e pregavano solennemente, intontiti dalla semplice maestosità del luogo. Maggioranza di turisti cattolici non praticanti, convertiti per l'occasione. Tutti in coda per la salvezza, per riunirsi in comunione con Cristo, l'unto dal Signore. L'eucarestia mi ricorda sempre la coda nei supermercati, tutti in fila ad aspettare qualcosa che si ritiene indispensabile. Ostia o yogurt alle fibre; la situazione non cambia. Il Vaticano dovrebbe rivolgersi alla Danone per incentivare i credenti. Credo che i soldi e il marketing abbraccino ogni realtà dell'uomo moderno. Scorporando i desideri in monete, si ottiene un risultato di alienazione tra il fine e i mezzi per conseguirlo. Per questo si paga solo l'otto per mille per la salvezza eterna e 300 euro per un cellulare. In ogni caso l'economia, per me solamente sociopsicologia, favorisce il meccanismo portando all'equilibrio: cellulari sempre allo stesso prezzo, più di uno a testa non serve, e il corpo di Cristo in deflazione spaventosa. “Te lo tirano dietro” e vola anche bene il piccolo freesby di pane azzimo.

    Conclusa la funzione, la navata si svuotò in un vociare brulicante di ammirazione e commenti. Alla velocità di una vecchietta zoppa, l'effetto doppler non esiste, ne sono completamente certo. Rimasi alcuni minuti a passeggiare tra gli sguardi biechi di decine di Santi e cherubini. Lunghe tuniche color pastello. Pensai che sembrava l'effige di una festa della Beverly Hills di fine anni 50. Cocktails e ombrellini esclusi. Senza che mi accorgessi di nulla il sacerdote e il suo diacono mi si avvicinarono, sommessamente mi salutarono, per non spezzare la teatralità della Basilica. Ricambiai il saluto con un sorriso white power a sedici denti. Contati per ore di fronte allo specchio, da adolescente. Mi chiesero da dove venissi, ammirarono con me gli affreschi e mi rinfrescarono la storia di Assisi. Stesse identiche parole della guida economica che avevo lasciato in macchina. Continuai a conversare placidamente, senza sarcasmi e ironie, senza battute o eccessi di zelo. Aspettavo che attaccassero. Il prete, un uomo sulla sessantina eroso dal troppo bere, un vecchio talare sgualcito sovrastato da una grande testa rotonda brillante di calvizie, mi chiese ingenuamente come mai non avessi fatto la comunione. Risposta preconfezionata da anni di scuola privata. Non avevo avuto tempo di confessarmi per rendere il mio spirito pronto alla forza di Gesù Cristo nostro Signore. Retorica surgelata, pronta in cinque minuti. Mi squadrò per alcuni attimi, si passò le mani umide sul petto e stringendomi la mano prese congedo per l'eccessiva stanchezza. Lo salutai ed uscii. Un'emozione esiste solo nel presente, uscendo dal portico mi lasciavo alle spalle un ricordo. Negli anni lo avrei imbrattato con giudizi nuovi anno per anno, cambiandolo e nascondendolo. L'emozione sarebbe sfumata via nel vento di quella stessa mattina.

    Avrei pensato questo se fossi stato un emotivo, ma non era così. Salii in macchina, mi accesi la pipa e partii per l'aeroporto, avevo bisogno di droghe per sentirmi più vicino a me stesso, più libero forse.

    In Italia non si trovava altro che fumo scadente e cocaina di talco.

    Presi il primo volo per Amsterdam, chiamai un mio ex compagno del liceo che si era trasferito in Olanda e gli chiesi un letto dove dormire per alcuni giorni. Due ore e 20 di volo. Una bottiglietta di whisky. Taxi verso il centro quaranta euro.

    Il finestrino proiettava un filmato dell'Olanda, sequenza epilettica di palazzi, mulini caseggiati e infine canali e viali alberati. Un banale finale davanti ad un bel condominio in centro. Per quanto si possa chiamare condominio una casa di Amsterdam con scale verticali ed una carrucola sul tetto. In ogni caso ci abitava più di una famiglia. In senso lato.

    Pensai che erano passati molti anni dall'ultimo sorso di dopobarba sulle strade di Stoccarda, dall'ultima chiazza di vomito depositata sotto un ponte di Roma. Dieci anni dall'operazione per le tre ulcere perforanti. L'emorragia interna e i danni celebrali sono solo due dei ricordi che ho di quel periodo.

    Scesi dall'auto, presi la valigia e cercai sulla pulsantiera il nome di Ashcroft. Ashcroft Ferdinaand 13. Il bastardo si era sposato e non mi aveva detto nulla. Suonai e mi aprirono senza chiedere nulla.

    Passai l'ennesima porta, sorvolai gli ultimi ricordi e salii le scale di marmo fino al quarto piano. Il palazzo era un tipico edificio del secondo dopo guerra olandese, luminoso e chiaro, le porte blindate degli appartamenti rivestite da un sottile parquet di noce.

    Pensai che la camera degli ospiti non poteva mancare. Sorrisi.

    Mi aprirono due uomini, riconobbi subito Ash, che probabilmente aveva abusato di se stesso più di quanto non lo avessi fatto io stesso. Appariva più vecchio di dieci anni, segnato ma sorridente.

    Mi abbracciò con affetto e mi presentò il suo compagno. Sicuramente passivo nella coppia. Mi accesi una sigaretta e gli raccontai gli anni passati in maniera approssimativa e superficiale. Passai la palla velocemente. Ash raccontò di se per oltre due ore. Lavoro, famiglia, visione della società. Stronzate. Gli chiesi se avesse dello skunk in casa e un bicchiere di Scotch. Sorrise, prese una busta da 40 grammi e un Single Islay del' ottantuno. Ne aveva di soldi Ash. Gestendo tre locali e un giro di poker clandestino tra Londra e Amsterdam. Fumai bevendo, bevvi fumando.

    Gli dissi che mi avrebbe fatto piacere giocare con loro qualche volta.

    Salutai ed uscii. Avevo bisogno di aria, l'atmosfera tra due gay che avevano le tempie piene di tutti i vizi che mi venissero in mente, si stava facendo un po' troppo calda. Credo che quella casa fosse l'inferno di un cattolico medio, omosessualità, avarizia, gioco d'azzardo, alcol e droga. Nessun rispetto per la propria integrità, a conti fatti. Ma razionalmente nessuno abusava di se stesso con la consapevolezza di fare il tifo per un tumore, per lesioni neurologiche e tremori da Parkinson. L'istinto di autoconservazione ha effetto sulla realtà, non sulla nevrosi d'angoscia dalla quale il drogato fugge.

    Cercai un locale tranquillo dove preparassero caffè all'italiana. Mi accesi una sigaretta e, stordito dalle sostanze psicotrope, osservai lentamente la gente passare. Occhi così piatti da poterci leggere dentro, attraverso il linguaggio della camminata e dell'abbigliamento. Zombie di vento che volano sui canali, da un orgasmo ad un altro. Per non pensare.

    Ma una deformazione della banalità squarciò il cineforum che mi stava ipnotizzando. Ragazza mora, tratti ibridi, gonna al ginocchio di seta rossa. Top azzurro e un ciondolo di ambra rossa tra i seni. Occhi verdi di cielo che lambivano il mondo di calma, attentando all'equilibrio ad un tempo. Mi guardò velocemente, rabbrividii. Continuò a camminare. Smisi di respirare per un attimo. L'avrei rincontrata ma non in quel momento. Ne ero certo.

    Finii il caffè in un unico lungo sorso e mi alzai.

    I cieli Olandesi sono frenetici, scostanti e iracondi. E questo si riflette sulla folla in strada, di corsa tra un istinto e l'altro. Esauriti si rifugiano nei cafè, fumano qualcosa, intorpidiscono la realtà, fuggono. Poi escono e corrono ancora. Biciclette con precedenza onnipotente.

    Camminai a lungo incrociando ragazzine con troppe esperienze sessuali, e troppo poche di vero dolore. Provai fastidio, era una giornata strana.

    Tornai da Ash, il portone dell'atrio era aperto. Salite le scale trovai la porta di casa socchiusa e percepii “il passivo” urlare ad Ash di chiudere alla svelta. L'archetipo surreale di una checca isterica. Entrai velocemente e vidi la faccia del vecchio ex liceale sfigato, contorcersi ed indurirsi in una smorfia dalle mille rughe. Indecifrabile.

    Improvvisamente urlò in Olandese, una decina di parole non di più. Dall'altra stanza un verso strozzato ed un tonfo sordo. Ero innervosito, dalle troiette max factor appena incrociate, e da quella situazione inaspettata. Cominciai a camminare velocemente verso il salotto. Ci avevano dato dentro, l'odore della nebbia di erba addolciva soffitti e tappezzeria. Il padrone di casa mi fermò interponendosi tra me e la stanza, ero nervoso e lo avvisai. Mi mise la mani sul petto ordinandomi di andarmene via immediatamente.

    Al tempo portavo con me, diciamo per difesa personale, una Smith&Wesson Rolling Thunder, una pistola prodotta per la commemorazione dei veterani di guerra americani.

    Estratta la appoggiai delicatamente sulla fronte di Ash. Nessuna discriminazione sessuale, solo che dopo essere stato picchiato in Germania da un gruppo di Neonazisti anti-vagabondaggio, avevo sviluppato qualche paranoia al riguardo.

    Si scansò immediatamente, aprendomi le porte dell'inferno. Caronte.

    Un bambino castano, livido in faccia, piangeva muto ed immobile sul divano di pelle. La luce filtrava fioca dalle tendine gialle. Muto perché soffocato da una palla di gomma da rapporto sadomaso. Gambe e braccia immobilizzate da un' unica corda. Se un cattolico fosse entrato in quella casa credo avrebbe avuto qualcosa da ridire. Poi avrebbe aumentato le donazioni alla chiesa e si sarebbe confessato molto di più. La libertà condizionata non è prerogativa dei pentiti.

    Il ragazzino poteva avere massimo 13 anni, e non piangeva certo per il nervosismo. La pelle è elastica fino ad un certo punto, e il compagno di Ash sembrava essere abbastanza dotato da non rivelarsi poi così passivo. Era calato un certo silenzio dopo l'ingresso teatrale e spontaneo di una probabile nemesi nella stanza. Non me, s' intende. Ma l'arma, o meglio ancora, il proiettile.

    Il mio agire era sempre stato molto vicino al mio essere, tanto che mi bastò un attimo per castrare a vita il pedofilo, con un proiettile destinato ai suoi genitali. Prima uomo, poi omo passivo, poi attivo ed ora pedofilo. E discernendo i momenti, ognuna di quelle definizioni era stata valida. In fondo ogni realtà è un allucinazione, un trip, basta solo farci caso e dimenticare per qualche attimo la letteratura del '900.

    La pistola fumava di un gesto eroico, avevo fatto ciò che credevo giusto. Liberai il bambino e gli chiamai un taxi, gli dissi di non raccontarlo a nessuno, giustizia era stata fatta e la violenza subita sarebbe comunque rimasta a tormentarlo dal passato. Prima o poi tutte le pellicole sbiadiscono.

    La sua era colorata molto bene devo ammettere.

    Ash era sparito dopo lo sparo, sarebbe bastata una scaccia cani. L'uomo mille facce era a terra agonizzante di dolore, gli chiesi dove fosse il locale di suo marito. Una pistola ed una promessa di ambulanza sotto casa sono convincenti per chiunque.

    Lo lasciai a casa e non chiamai nessuna ambulanza.

    Di norma non sarei intervenuto nelle questioni altrui, ma quando tra le due parti il guadagno e la perdita sono squilibrate, reputo dovere di chiunque riportare la situazione alla normalità. Una scopata con un ragazzino, non vale un trauma infantile. Non c'era odio, solo perversione. Così non andava. Chiamatela schizofrenia ebefrenica, o semplicemente cinismo.

    Cambiato d'abito e con il porta sigarette pieno partii alla ricerca di un paio di emozioni firmate. Azzardo.

    Avevo nostalgia delle società a potere diffuso. Dove chiunque avrebbe potuto farsi spazio da solo. Società in cui la vendetta era tollerata, entro certi limiti, ma “legale”. Il diritto ha azzerato le condizioni per l'evoluzione. Eliminato la selezione. Ogni nuovo nato viene proiettato in una gabbia che l'automiglioramento della specie non ha provveduto ad allargare. Non c'è spazio per un riproduttore sesso dipendente, che in libertà sarebbe stato capo di un branco, patriarca di una grande famiglia. Non c'è aria per aggressivi cacciatori, violenti e prestanti fisicamente. Chi si trova recluso, in cattività non può neanche morire, soffocando i suoi impeti in notti insonni e crisi di coscienza. Non ci sarà soluzione finché non ci sarà selezione. Chi non si riesce ad adattare al sistema merita di essere ucciso. Avevo interpretato la parte di Darwin in quel momento. Assassino. Chi fugge dalla gabbia metaforica, entra in una reale. Lo trovavo ironico.

    I piccoli crimini, gli atti di vandalismo, il taccheggio, l'ingiuria e le denunce per rissa sono solamente la valvola si sfogo del sistema.

    Pensai a tutto questo mentre il taxi mi stava trasportando senza tempo alla valvola di quel tempo, il locale di Ash. 24 Euro e scesi.

    Non pensavo che i supermercati dell'azzardo fossero mascherati da piccoli cafè borghesi. La pistola come mezzo di forzatura evolutivo.

    Entrai nel locale. Un bancone di legno massello, 5 tavolini di alluminio e le loro 5 tovagliette sintetiche rosse. Locale male illuminato. Dietro al bancone un homo quasi sapiens da 130kg che mi guardava bieco. Guardandogli la fronte schiacciata gli chiesi di Ash. Continuò a guardarmi in silenzio. Gli chiesi allora se conoscesse un posto dove si potesse giocare a carte. Aveva una voce da dipendente statale sulla trentina. Mi chiese un documento. Controllò un po' di database su un portatile che teneva vicino e mi diede la password. Mi disse di andare in bagno.

    L'accesso ad una bisca clandestina in un bagno. Il luogo mediamente più frequentato di tutto il locale. O sono troppo stupido o troppo intelligente per capire alcune scelte strategiche del mondo criminale. Un bagno lucido e pulito, piastrelle azzurre e rubinetterie cromata. Una pulsantiera per entrare in tutti i cessi. Tutte finte tranne la terza da destra. La porta non si aprì su di un water e distributore di carta igienica. In fondo c'era da aspettarselo. Una scala ripida che conduceva al secondo piano. Gli edifici di Amsterdam sono molto stretti. Non c'è spazio per tutti su un solo livello. L'ambiente era completamente diverso. Se devi nascondere un locale, puoi anche arredarlo coerentemente al primo. Solo la scarsa illuminazione mi ricordava di essere nello stesso palazzo. Circa 20 Tavoli, 4 persone per tavolo e le loro 20 tovagliette di panno verde. Fumo di sigari, bicchieri di whisky e mazzi da poker. 52 carte ed un solo jolly. Uomini di ogni età e portamento, poche donne, ma al momento non mi interessavano. Vidi Ash al fondo della sala sbiancare, due quasi sapiens venire verso di me. Feci segno di no al vecchio compagno di liceo, credo che capì perché richiamò i suoi amici e mi si avvicinò con passo incerto.

    Presi per primo la parola, non sono mai stata una persona teatrale. Volevo spiegargli le mie intenzioni, o meglio ciò che mi sarebbe venuto in mente mentre parlavo.

    Quando perdi ogni aspettativa nella vita, ogni speranza e ogni sogno, forse per colpa delle crisi depressive passate, per i trattamenti in clinica, o forse per il fatto di sentirsi la morte addosso da 20anni a questa parte, tralasci anche ogni desiderio, ti muovi aspettando che sia il sistema a crearti sceneggiatura e scenografia. Poi il talento nel recitare è genetico immagino.

    Gli dissi che non me ne importava più nulla di quello che era successo, che avevo già provveduto a rappacificarmi con i recessi razionali del mio conscio. Avevo già provveduto alla mia personalissima coerenza morale. A proposito di arredamento. Volevo solo giocare. Era straordinariamente assertivo, e sentii il peso dell'arma sotto l'ascella. Mi chiese di scegliere un tavolo e di non preoccuparmi dei soldi, almeno per stasera. Guardai allora attentamente i giocatori, uno per uno. Sorvolai velocemente i fumatori e i bevitori, non si può essere concentrati con poco ossigeno e l'acetaldeide nel sangue. Nel tavolo più lontano vidi un uomo elegante sui cinquanta, abito scuro e una cravatta sobria sull'amaranto. Nell'essere mazziere aveva la gestualità del croupier. O lavorava in un casinò, o ci aveva lavorato. Più probabilmente ci sapeva soltanto fare. Era il giocatore che avrei voluto sfidare. Ora dovevo trovare la donna da sedurre, era la scenografia a suggerirlo, io seguivo solamente il copione. Saltai le mogli frustrate e le vecchie giocatrici d'azzardo del tempo della guerra. E mi paralizzai. La rividi e mi stava guardando.

    I dannati capelli corvini colavano sulle spalle, ossidiana liquida. Quegli occhi mi aprivano, taglio ad ipsilon, e mi scrutavano l'anima come l'analista che deve ancora nascere. Non stava giocando, aveva le mani appoggiate mollemente sulle spalle di un vecchio al terzo sigaro della serata, che sembrava non accorgersi minimamente di lei. Decisi di sedermi a quel tavolo. Nello stesso momento in cui mi avvicinai al tavolo il vecchio si alzò tossendo ripetutamente, poveretto, dicendomi burberamente di sedermi. Per lui la serata era finita. Si diresse verso il bagno accompagnato. Presi posto di mal umore in quanto il giustificativo del tavolo, la donna, si era appena diretta col suo vegliardo al bagno. La peggiore delle puttane, quella affascinante.

    Ash mi portò in silenzio cinquemila euro, dischetti colorati su un piatto d'argento. Era il prezzo che era disposto a pagare per salvarsi la vita, il valore che attribuiva a se stesso. Il denaro nella nostra società ha sostituito ogni mezzo per raggiungere i propri sogni, per realizzare i propri progetti. Ha annullato il nesso tra lo sforzo e la meta. Ogni sogno ha un valore standard, ed i desideri si devono adattare. Più una realtà e di valore più è desiderabile, al più rimane irraggiungibile e psicologicamente la consideriamo inutile. Barriere, introiezione e proiezione. Standardizzati come siamo viviamo in nicchie stagne, con le aspettative proprie alla classe sociale di appartenenza. La moneta ha chiuso il lucchetto della prigione che il diritto ci ha tessuto intorno in silenzio. Avrei dovuto pagare molto più del vecchio per quella donna.

    Il poker è un gioco di psicologia, bisogna rimanere calmi ed impassibili. Non rivelare in alcun modo i propri moti interiori, arrivando al punto di simularne degli altri. Non ero capace a quel tempo di fingere, ero spogliato dall'importanza del giudizio altrui, spogliato dalla necessità di apparire sull'essere. L'unica possibilità che mi rimaneva per vincere era distruggere la maschera degli altri, ucciderla. Spaccando il loro guscio li avrei mossi in altre direzioni. Avrebbero lasciato scoperto il piatto. Se non puoi vincere, cerca almeno di non perdere. Effetto domino. Causa effetto. Il mazzo stava a me e diedi le carte goffamente, storte e senza coordinazione. Sempre più larghe, nel cerchio antiorario. Arrivai all'ultima carta senza aver guardato ancora nessuno negli occhi, diedi un colpo con la mano al bicchiere che mi stava accanto. Bicchieri spessi di vetro, ricolmi di whisky s'infrangono sul marmo, esplodendo in polvere di diamanti. Ambrati e profumati. Alzai gli occhi alla mia sinistra. Vidi una testa ricoperta di capelli neri. Guardava in basso quel cranio così lontano, guardava il lago del suo drink rompere gli argini della tensione superficiale e allagare il mondo. Le sue scarpe di pelle. Testosterone ed ira. Occhi piccoli e castani, un naso abnorme e sporco, la bocca chiara e sottile increspata. Tremava isterico guardandomi fisso. Gli chiesi scusa, con voce sommessa , evitando il suo sguardo. Sentii immediatamente una voce di donna, provenire dalla mia sinistra. Cercava di calmare un certo Philip, probabilmente l'iracondo senza drink, il più facile dei bersagli, dicendogli che non era successo nulla. Sarebbe stato meglio che quello fosse stato il suo ultimo drink, glielo diceva da medico. Philip mi chiese scusa, povero cane addomesticato da una donna. Signora sui quaranta, capelli tinti biondi sotto la spalla, occhi turchesi e labbra carnose. Copriva le carte ancora poggiate sul tavolo con la mano, portava una fede uguale a quella di Philip, ma i due non dovevano stare più insieme. Il terzo sfidante, che per tutta la scena non aveva distolto le orbite dal decoltè della signora, era il classico libero professionista single, emarginato e appassionato di musica jazz contemporanea e scacchi. Moriva dietro a quegli occhi turchesi, e moriva sopra quella camicetta rossa. Desiderava entrare nella fessura tra il terzo ed il quarto bottone. La situazione era chiara. Domino, non c'è più di una possibilità se il sistema è chiuso come un tavolo da poker.

    Pochi secondi dopo arrivò un cameriere. Giovane, venticinque anni. Abito scuro portato senza classe. Si piegò sulle ginocchia accanto a me, asciugò velocemente ed eliminò i vetri. Si rialzò e ci guardò stordito. Aspettava senza dire una parola. Non doveva piacergli molto quel lavoro. Chiesi a Philip, chiamandolo per nome, che whisky stava bevendo. Rispose piano. Un Oban. Nel momento in cui aprii bocca per comunicarlo al giovane, nell'esatto istante in cui il sottile velo di saliva tra le labbra si divide, la signora interruppe. Philip non doveva bere.

    Il primo pezzo: bicchiere. Il secondo viene investito: Philip. Il terzo scatta e cade come un bambino maldestro: la moglie. Ancora un piccolo aiuto e tutto il castello sarebbe andato in pezzi, accelerando l'implosione.

    Dissi alla signora di non preoccuparsi, qualsiasi cosa avesse suo marito. Feci pressione con le labbra sulla emme, aprendo volgarmente la seconda a. Il libero professionista mi interruppe, un'altra volta. Non era sua moglie. Era calmo. Il primo prigioniero era imbestialito ma zitto. Aveva bisogno di un altra spintarella l'ultimo rettangolo del domino. Mi scusai per la gaf. Continuai difendendo Philip, e invitando la signora ad essere mia ospite in questa bevuta, sarebbe stato il mio regalo come nuovo arrivato. Le guardai il seno facendomi notare da tutti. Così facendo stavo scagliando una doppia sfida all'ometto. Un affondo lieve al suo orgoglio di professionista incompreso e frustrato riguardo ai soldi, e una sciabolata alla parte sessuale e recondita del suo ego. Conclusi offrendo un drink anche a lui. E cadde, come corpo morto cade.

    Edward, estrapolai il nome dallo sproloquio che da li a poco mi avrebbe scagliato contro, si alzò di scatto e mi guardò dall'alto in basso. I capelli si erano misteriosamente sconvolti, seguendo il suo animo. Mi diede del cafone, del maleducato, dell'ignorante dello zoticone. In preciso ordine. Disse a Eveline che la prossima volta avrebbe potuto vestirsi in modo più adeguato. Scostò la seggiola, e se ne andò. La sua immagine riflessa negli occhi di tutto il locale si diresse alla cassa, seguito da Eveline che gli chiedeva scusa e Philip che dava dello sfigato a lui e della puttana alla sua ex moglie. Eveline stava con il libero professionista, mi era andata bene, non avevo assolutamente calcolato quell'eventualità. Mi ritrovai al tavolo da solo, con un Oban tra le mani, offerto da Ash.

    Le quattro mani sul tavolo ancora celate a chiunque. Un full servito. Assi e jack.

    Avevo vinto la mia prima partita di poker senza neanche giocarla. Sun Tzu. Da quel giorno seppi che il poker era un gioco di fortuna, più che di abilità. Sempre e soltanto un effetto, alla singola causa. Necessità.

    Mi guardai intorno per cercare l'unica persona di cui mi importava veramente in quella sala. Il giocatore. Feci scorrere velocemente lo sguardi sulle teste delle decine di giocatori. E li incontrai. Mi paralizzarono ancora quegli occhi di donna, di prostituta. Ormai sola, in ricerca vampirica di denaro e di ombre di uomini evanescenti. Implosi. Si avvicinò lentamente a me, passo dopo passo, impercettibile, quasi fluttuante. Si presentava diversa dal nostro primo incontro. I capelli legati, aderenti al cranio. Una lunga coda si appoggiava a metà della schiena ad ogni falcata, Legati da una pinza semplice in avorio. Un abito da sera lungo e fasciante. Confusi pensieri da estetici ad erotici, pornografici. La Venere di Botticelli, Lilith, la Madonna nera di Munch. Il bello è una grandezza di cui tutti facciamo esperienza, ma che non sapremmo definire. Sesso, piacere e memorie ancestrali, collettive forse. La forma allotropica della morte, la ricerca di ciò che non si dovrebbe desiderare perché sempre uguale a se stessa, millenni di carcere confusi con l'evoluzione.

    Si sedette di fronte a me, ed il mondo scomparve. Risucchiato dalla sua volontà, dai suoi occhi e dalle labbra socchiuse. Una scossa partì dai polsi, per addormentarsi nel collo. Mi sentii vivo, per la prima volta, davanti a quella bellezza che credetti di amare.

    Lei, io, il tavolo verde. Le fish, le carte nel mazzo. Nessun suono intorno, un buio silente ammantato dalla luce dorata, lampadina gialla al soffitto.

    Mi guardò a lungo nella mia paralisi. Chiuse gli occhi per un istante, dandomi la possibilità di fuggire. Restai credendo di voler restare.

    Allora cominciò a parlare, e la sua voce saltava da una carta all'altra, mentre mescolava il mazzo.

    Conosceva il mio nome, mi chiese gentilmente se volessi giocare, se avessi il desiderio di vincere quella partita. Era l'inizio del suo bluff. Cercava di manipolarmi. Forse mi piaceva, in quel luogo, sentirmi schiavo.

    Una sola mano, senza apertura. Cinque a me, cinque a lei. Ero nervoso, lei calma. Non schiodava quei paradisi verdi da me. Guardai le carte. Guardò le sue velocemente. Poi mi fissò teneramente, e mi disse che avrei perso in ogni caso. Le credetti.

    Presi tutte le fish, offerte da quell'Ash così lontano. All in. Mi sembrava di essere in un altro universo, un'altra vita. Senza tempo e spazio. Io e lei.

    Leggermente, sommessamente la sentii parlare. Stava elencando delle carte. Asso di fiori, asso di cuori, sette di picche e sette di fiori. Un jack di quadri. Erano le mie carte.

    Vide il mio all in e rovesciò le sue sul panno verde. Stesse carte, stesse emozioni stesso sudore.

    Mi specchiai in lei, e vidi i miei occhi, il principio opposto del mio essere. L'autoerotismo ironico della creazione.

    La fine è la nascita, la vita è la morte, tutto dentro quello scrigno. La goccia di sudore emozionata.

    Il mondo ricomparì nel pareggio. Ricompari differente intorno a me. Questa volta tutto era ugualmente vuoto, zoppo senza la gamba oscura, coperta dalla paura. E dalla fuga.


    October 08

    Mescal

    Non ci sono più le linee guida ad attraversare il cielo, da dentro a furi.
    Blu notte, della realtà clandestina.
     Gocciola senza permessi, pioggia acida, colando radente al nulla, impercettibile. Migliaia di universi senza nome, serpeggiano silenti sul palcoscenico degli attori morti. Non sono le coloroazioni accese, delle painte sussuranti. Non i libri consiglieri. Ma il velo mollemente disciolto sulle teste dormienti.
    E quando ti tuffi verso l'alto, tanto da guardare il tuo cadavere paralizzato nel tempo, allora saprai che non c'è distanza o fluire di eventi che possa importare.
    Aprire il vaso di Pandora, con paralizzante angoscia, e scoprire che dentro, vi si è addormentata solamente l'ombra evanescente del nulla, della verità. L'albero riflesso.
    Sprofondare in un buio avvolgente, con la sigaretta serrata tra le labbra, la sicurezza della bottiglia nella destra.
    Tra il fumo , sul fondo di vetro ormai sgombro, una luce pallida e morente compare.
    Un istante di sollievo, di illusioni porpora e liquidi corporei.